Tra storia e leggenda rivive il mito del bandito maremmano

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Novembre 2001    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.


Morto è l'intrepido forte leone.
E' morto il celebre re di Lamone
e il corpo esanime giacente e spento
poi dopo morto mette spavento.

Nel volto pallido barbuto e fiero
potevi scorgere il Cavaliero,
potevi scorgere che quel brigante
aveva nobile, civil sembiante.

La tomba di Tiburzi
Questo altisonante profilo poetico - creato da un anonimo bardo maremmano - si riferisce a Domenico Tiburzi, una figura controversa nel mondo del brigantaggio ottocentesco. A chi lo condanna senza remissione come un crudele bandito che si è macchiato di forse venti omicidi, si contrappongono altri che invece lo eleggono a paladino dei poveri e dei diseredati, facendone un romantico quanto implacabile giudice: prendeva ai ricchi per distribuire ai poveri.
Nella notte del 23 ottobre 1896 avvenne l'agguato da parte dei carabinieri alle Forane, una casa di campagna abitata dalla famiglia Franci, dove Tiburzi e il suo compagno Fioravanti avevano chiesto (o preteso) ospitalità. Ci fu una sparatoria e Tiburzi venne colpito ad una gamba. Quel che accadde in seguito non è chiaro. Secondo una versione furono i carabinieri ad ucciderlo con alcuni colpi di pistola; a parere di altri fu lo stesso "Re di Lamone" a suicidarsi, preferendo darsi la morte piuttosto che cadere nelle grinfie dell'autorità costituita.
Ma se gli ultimi minuti della sua vita sono avvolti nel mistero, ancora più arcana - anzi addirittura leggendaria - è la vicenda legata alla sua sepoltura. Non è trascorso un millennio, solo cento anni ci separano da quegli avvenimenti, ma finora non sono bastate indagini, ricerche, inchieste o investigazioni per far luce sull'accaduto. La versione più accreditata (ma forse anche la più fantasiosa) è quella secondo cui il parroco di Capalbio rifiuta di officiare un regolare funerale per quell'uomo ritenuto un criminale, un peccatore, un senza Dio. Ma alla volontà del sacerdote si oppone quella dell'intera comunità di Capalbio, che invece esige per il paladino dei diritti dei più deboli un'onorata sepoltura in terreno consacrato. Si arriva ad un compromesso: il corpo di Domenico Tiburzi verrà sepolto in terra consacrata ma... solo per metà. L'altra dovrà restare fuori. Quindi si scava la fossa proprio dove si apre il cancello d'ingresso e gli arti inferiori restano dentro - come vuole la tradizione - mentre la testa, il torace (e dunque l'anima) rimangono fuori.
Poi si riempie la fossa e si lascia là il cadavere, senza una croce né una targa, nell'oblio più completo. A rendere il mistero ancora più fitto sembra che nel frattempo il cimitero si sia progressivamente ampliato cosicché attualmente si sono perse anche le tracce dell'originario cancello che costituiva l'unico punto di riferimento per eventualmente localizzare le ossa del "Re della Macchia".