Emilio Salgàri cent'anni dopo

Scritto da Pier Francesco Listri |    Marzo 2011    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

"Sandokan mormorò fra i singhiozzi: la Tigre è morta per sempre!". I nonni lo amarono, i padri lo lessero, i giovani oggi l'hanno dimenticato. Eppure Emilio Salgàri, ma i più dicono Sàlgari - nel 2011, ne cade il primo centenario della morte e perciò ne parliamo - fu uno dei più singolari scrittori d'avventura italiani e, al culmine del suo successo, al passaggio dei due secoli, l'autore più letto e più tradotto, insieme a Cuore e Pinocchio. Affidato a ottanta romanzi e centinaia di racconti, il successo di Salgàri fu grande, quanto grande fu l'infelicità della sua vita: disgrazie familiari, assillo di debiti, sfruttamento da parte degli editori, silenzio della critica. Finì per uccidersi a colpi di rasoio, neppure cinquantenne, in un bosco presso Torino città dove, dalla nativa Verona, aveva a lungo vissuto.
Emilio Salgàri

Geniale travet della scrittura
Di modesta famiglia, Salgàri nacque nel 1862; frequentato l'Istituto Nautico, non intraprese mai la carriera marinara, navigò solo, per brevi tragitti, lungo le coste italiane. Prima impiegato nella redazione del quotidiano veronese l'Arena, si dette presto alla letteratura d'avventure. Non riuscì un grande scrittore, ma un raro esempio italiano di autore esotico, ricco di immaginazione talora primitiva, tessitore di trame avvincenti, di personaggi eccessivi quanto ricchi di suggestione. Espresse - a suo modo - tendenze e condizioni dell'Italia post unitaria.
Gli nocque l'eterno paragone col francese Jules Verne, di cui non possedeva lo spirito e la competenza scientifica positivista, né l'eleganza dello stile e dell'invenzione. Fu creduto alfiere involontario - è la tesi dello storico Giovanni Spadolini - del clima dell'Italia umbertina con aspirazioni colonialiste; in realtà si dimostrò sulla pagina istintivo difensore dei popoli oppressi. Narrò storie esotiche in luoghi improbabili: belve, giungle e tribù, anche se, com'è noto, Salgàri non viaggiò mai fuori d'Italia e tutto trasse da diari di esploratori e dalla sua fervidissima immaginazione di geniale travet della scrittura.

Kabir Bedi, indimenticabile Sandokan televisivo

Avventure nella giungla
Sono storie oggi lontane le sue: eppure personaggi come il generoso e feroce Sandokan, l'ironico amico Yanez, la bellissima Perla di Labuan, il Corsaro Nero e il corteggio di tanti esotici compagni restano tenaci alla memoria, rinverditi da fortunate e recenti serie televisive e per le edizioni salgariane, appena ieri riproposte da Mario Spagnol e dagli editori Salani e Mursia.
Merita ancora rileggere Le tigri di Mompracem (1901), Il Corsaro Nero (1898), I misteri della jungla nera (1895), storie scritte poco più di cent'anni fa, per un pubblico adulto e popolare ma presto diventate classici della letteratura giovanile? Cosa ci separa e che cosa ci lega a quegli scenari selvaggi e alle truci e malinconiche vicende di colorati eroi così fragili e sorprendenti?
Nacquero nell'epoca dei romanzi di Dumas e di Sue, da cui trassero alcune suggestioni; nell'Italia umbertina tutta decoro e risparmio, dominata dal recente ricettario dell'Artusi, ma tentata da impossibili sogni imperiali, in un paese ancora tutto agricolo, dove il settanta per cento degli abitanti era analfabeta. Nacquero nei decenni della Fiat, della Rerum Novarum, del socialismo montante. Eppure fiorirono, e restano ancora, figli di un mondo sideralmente improbabile ma suggestivo, di storie impossibili ma appassionanti, di personaggi tagliati con l'accetta ma icasticamente descritti, capolavori secondari di una letteratura, quella di casa nostra, che non aveva mai avuto un Kipling e neppure un Verne, letti voracemente da ragazzi avvezzi e obbligati alla retorica scolastica dei Giannetti e Gianettini. Segnarono tuttavia una lunga stagione, colorarono un immaginario nazionale.

Le lacrime del corsaro
Oggi il bric e brac delle odierne letture giovanili, e non solo, gli è incredibilmente lontano eppure in certo modo consimile al mondo salgariano. Intanto non dalle pagine ma dagli schermi i ragazzi ormai si nutrono di avventure. Horror, fantascienza, storie gotiche danno nerbo a nuovi generi accattivanti, se bene non meno improbabili. Tecnologia ed effetti speciali rendono puerili gli scenari esotici delle storie salgariane e quasi risibili i mezzi stilistici usati dal creatore di Sandokan per descriverli.
Eppure, s'è detto, consonanze ci sono. La vivezza del racconto salgariano è indubbia, per ritmi e per efficacia, la vena immaginativa è vivissima, soprattutto l'ansia dell'azione è costante. Il gusto di un esotismo che trasporti lontano dagli ambienti consueti è il sale di questi romanzi i cui protagonisti, di semplice e approssimativa invenzione, possiedono un rozzo ed esasperato romanticismo in cui le passioni primarie, la lotta, l'amore la dignità la vittoria e la vendetta colorano la pietanza narrativa dei più antichi ed eterni intingoli.

Salgàri ha tratto qualcosa anche dal melodramma che allora imperava in Italia: tutto sopra le righe, tutto gridato come un do di petto, tutto di cartapesta, ma sanguinante e di indubbia efficacia teatrale. I turbanti, le scimitarre, le belve feroci, gli abbordaggi, i duelli, i malinconici notturni sul mare, i veli delle inarrivabili fanciulle, i gridi di battaglia e infine e soprattutto la lotta fra il bene e il male godono e si nutrono del grande trovarobato dell'avventura di ogni tempo.
Rileggere Salgàri, di cui a tutt'oggi manca una biografia compiuta, è forse, più per gli adulti, ma anche per i ragazzi, una divertita e non inutile ginnastica dell'immaginazione, oggi ormai affatturata da modelli ripetitivi che gli echi salgariani possono perfino ravvivare.
"Guarda lassù: - esclamò - il Corsaro Nero piange!".

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