L’incredibile e sfortunata storia di un’artista scoperta per caso, solo dopo la sua morte

Scritto da Silvia Amodio |    Aprile 2016    |    Pag. 39

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Il personaggio

Vivian Maier (1926 -2009) è stata una donna apparentemente insignificante, sia pur con qualche stranezza, durante la sua vita. Ma è stato dopo la sua morte che si sono scoperte molte cose che l’hanno fatta diventare, suo malgrado, una celebrità.

Vivian, nata negli Stati Uniti, dopo un periodo passato in Francia, ritorna in patria all’inizio degli anni ’50, dove lavora come nanny (tata) per alcune famiglie facoltose di New York e di Chicago. La sua vita è anonima, lei è una persona dal carattere schivo e riservato, la cui presenza passa inosservata. Quando termina il suo incarico in una famiglia, ne cerca un’altra e così via fino alla vecchiaia.

Nel 2007 John Maloof, un giovane agente immobiliare con la passione per la storia, va a un’asta per cercare delle fotografie che gli servono per realizzare un libro su Chicago. Inciampa casualmente nei negativi di Vivian Maier contenuti in una scatola confiscata per mancato pagamento del canone di locazione nel garage dove era custodita, e li acquista. Contiene migliaia di negativi, che però non si rivelano utili al libro di John; così non se ne fa nulla. Tuttavia le immagini gli sembrano interessanti e dopo un po’ di tempo inizia a postarne alcune su Facebook, scatenando l’entusiasmo degli internauti.

Questa reazione lo spinge a cercare l’autrice di quelle fotografie, una tale Vivian Maier. Non trova altro che un necrologio. Ma chi è questa persona? Nella scatola acquistata sono accumulati anche biglietti dell’autobus, lettere, scontrini, ricordi, assegni non incassati, vestiti e un indirizzo con un numero di telefono... John chiama, e dall’altra parte del ricevitore un signore gli dice che Vivian Maier è stata la sua tata.

Queste fotografie straordinarie non erano state scattate da una professionista ma da una persona comune che se ne è andata in silenzio, senza lasciare alcun testamento. John si appassiona alla storia e decide di rimettere insieme l’archivio di questa donna. Intercetta chi aveva comprato gli altri scatoloni e ricompra tutto il materiale. Si tratta di 150.000 negativi, oltre a migliaia di pellicole in super 8 e un’infinità di oggetti personali, biglietti, scontrini e carte di ogni tipo che delineano un profilo ossessivo.

Pian piano riesce anche a incontrare i bambini che Vivian ha seguito, ormai diventati adulti, e si rende conto di aver trovato un tesoro e scoperto una storia che sembra un romanzo. Chiede aiuto ai musei più importanti ma gli viene negato. Nessuno, fra gli addetti ai lavori, sembra interessato a quel materiale (probabilmente ora sono molto pentiti). Per fortuna, John non si scoraggia e decide di portare avanti il suo progetto da solo.

Organizza la prima mostra a Chicago, e da quel momento, grazie all’attenzione dei media, Vivian Maier, la tata riservata, viene consacrata come una delle più importanti “fotografe di strada” di tutti tempi, corteggiata dalle più importanti gallerie e dai musei di tutto il mondo. Per il giovane agente immobiliare, dotato di un discreto intuito, e ora anche di un bel portafoglio, la missione diventa un lavoro a tempo pieno.

Da questa storia è nato un documentario, Alla ricerca di Vivian Maier, che fa emergere un profilo psicologico borderline. I suoi “ex bambini” la descrivono come una donna strana, vestita senza grazia, austera e severa, ma sempre con la Rolleiflex appesa al collo.

Ciò che questa strana donna ci ha restituito sono immagini straordinarie di un’America che negli anni Cinquanta e Sessanta stava subendo un forte cambiamento sociale e culturale. 

Con l’occasione di portare a spasso i bambini, Vivian registra in modo curioso e compulsivo la quotidianità di quegli anni, con particolare attenzione ai dettagli e spingendosi anche nelle periferie per documentare la vita di chi viveva ai margini. Forse per questa donna introversa la fotografia rappresentava l’unico modo per interagire con gli altri. La macchina fotografica è allo stesso tempo un tramite ma anche uno schermo che si frappone tra lei e il mondo.

Vivian Maier ha svolto questa attività con rigore e disciplina per tutta la vita. Non si sa se era suo desiderio condividere con altri il suo lavoro, e se fosse consapevole o meno del suo talento, ad ogni modo ciò che ci ha lasciato è straordinario.

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