Scritto da Umberto Mannucci |    Gennaio 2000    |    Pag.

Chi aveva parentela o buona amicizia in campagna poteva aspettarsi d'inverno - con più probabilità nel mese di gennaio - un invito alla smigliacciata. Doveva essere amicizia contadina e con quei contadini - ed erano molti allora - che macellavano il maiale. I migliacci sono fatti con il sangue del maiale e la smigliacciata era il pranzo o meglio la mangiata più grossa dell'anno con la quale si festeggiava appunto la macellazione dell'inquilino dello stalletto.
Per l'occasione la vetrina del salotto veniva spogliata delle zuppiere dei vassoi e dei piatti dei desinari importanti e la lunga tavola - abituata alle brigate della battitura del grano e della vendemmia - veniva rivestita dalla tovaglia bianca odorosa di spigo.
Contrariamente all'abitudine ci si metteva a tavola verso il tocco dando la colpa del ritardo ai fornelli ma era invece un riguardo verso gli invitati che - segno di distinzione cittadina - mangiavano più tardi di mezzogiorno.
Come approccio c'era stato il cerimoniale dei saluti e dei regalucci portati dagli ospiti: un pacco di candele un sacchetto di caffè da macinare un fascetto di sigari toscani e un sacchetto di chicchi di menta per i bambini. E finalmente si iniziava: riso in brodo sul capo di maiale (questo brodo era un ingrediente essenziale dei migliacci) seguito dal relativo lesso freddo. Dopo un po' i fegatelli scortavano annunziati dal loro profumo l'arista arrosto con relativo contorno.
A questo punto era necessaria una sosta perché i commensali già sazi e accaldati tirassero fiato sciogliendosi in lunghe conversazioni favorite da buoni bicchieri di vino rosso.
Rimpiazzati i fiaschi vuoti giungevano le tegliate di braciole rifatte col cavolo nero e insaporite di finocchio che - reginette della smigliacciata - restavano a lungo sulla tavola sia per l'impegno nello scartare l'osso dalla carne che per la satolla rilassatezza dei commensali.
Dopo la lenta ritirata delle teglie vuotate ecco accolti con rinnovata allegra approvazione i migliacci. Bisognava assaggiarli tutti con lo zucchero o col formaggio per far festa alla cuoca che era depositaria - si mormorava compiaciuti - di un impasto del tutto speciale.
Si finiva con la frutta secca del podere: noci mandorle e nocciole per l'ultima spilluzzicata accompagnata da un bicchierino di vin santo con l'abboccato.
Mentre le voci si facevano ora più sommesse e si cercavano le parole per i saluti il lumino a olio sotto il quadro della Madonna sembrava più luminoso: era l'effetto della luce obliqua del giorno che cedeva ormai allo scurirsi del tardo pomeriggio invernale.