La funzione del servizio pubblico televisivo

Scritto da Laura D'Ettole |    Novembre 1997    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

Intervista al prof. Tinacci Mannelli
La qualità in TV
L'ha voluta due anni fa la Rai della Moratti e ha a che fare con il più dannato (sembra) e immateriale dei problemi: garantire la qualità della programmazione del servizio pubblico. E' la 'Consulta qualità', appunto, composta da cinque saggi e presieduta da Jader Jacobelli. Il compito non è facile. Si dibatte da anni sulla contraddizione implicita del produrre cultura e valori con un mezzo fatalmente soggetto alle ferree regole di mercato. Ma questo è un problema a monte. In realtà la Consulta ha un concetto molto pragmatico e operativo della qualità. «Una televisione può dirsi di qualità - recita uno dei suoi documenti costitutivi - quando intrattiene in modo vario e con buon gusto, quando rispetta tutte le opinioni, si sforza di soddisfare i gusti più diversi... e quando tende a ridurre la tendenziale passività dell'audience». Il fatto è che negli ultimi anni molti paesi (sull'esempio della 'grande madre' della qualità, la Bbc) si vanno dotando di codici di comportamento che stabiliscono regole da rispettare nella programmazione radiotelevisiva. Anche la Rai ha qualcosa di simile. Si chiama 'Carta dell'informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del servizio pubblico' e della sua applicazione è garante la Consulta qualità. In che modo? Lo abbiamo chiesto a Gilberto Tinacci Mannelli, libero docente di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa, uno dei cinque esperti della Consulta.
In una recente intervista sul Sole 24 ore, Jacobelli ha sostenuto con forza che per salvaguardare il livello della programmazione la Rai dovrebbe vivere di solo canone. Lei che ne pensa?
Per garantire la sopravvivenza del servizio pubblico è stato stimato che sia sufficiente un canone annuo di circa 230 mila lire; nemmeno 200 lire in più al giorno rispetto ai livelli attuali. Un sacrificio davvero minimo per l'utente. Personalmente ritengo importante svincolare la Rai dal confronto obbligato con le tv private per la guerra dell'audience. E liberarla dal vincolo espressivo rappresentato dalla pubblicità. I pubblicitari sostengono di essere loro i veri autori dei programmi televisivi. Il budget che un'azienda investe per promuovere i propri prodotti è sempre proporzionale al numero di contatti che riesce a ottenere. E dunque la spirale perversa è: più audience, più pubblicità, sempre maggiore dipendenza dalla pubblicità.
Di cosa si occupa concretamente la Consulta qualità?
Si occupa della programmazione radiotelevisiva Rai, in funzione del livello qualitativo che riesce ad esprimere. Mentre la tv commerciale ha tutto l'interesse a proporre spettacoli di bassa levatura culturale, che incontrino il favore della gente, il servizio pubblico ha al contrario una precisa funzione etica, intesa nel senso ampio di elevare il livello delle trasmissioni televisive, senza per questo assumere ruoli pedagogici o didattici, né tantomeno contribuire a produrre una cultura di élite.
Qual è il criterio di qualità al quale la Consulta si riferisce?
Per superare il problema della soggettività dei singoli giudizi, la Consulta ha elaborato un sistema di valutazione denominato Index. I vari programmi vengono giudicati secondo criteri di chiarezza, imparzialità, pluralismo, corrispondenza fra testo e immagini e altri, su cui non mi dilungo. Per fare un esempio, un atto di violenza su un minore può essere espresso in tante maniere. Si può far vedere una bimba piangente, inserire scene di film che mostrano episodi analoghi, oppure limitarsi alla notizia verbale senza addentrarsi in particolari raccapriccianti...
A fine settembre è iniziata la programmazione Rai sui nuovi canali via satellite. Cento miliardi di investimenti, programmi completamente privi di spot e svincolati dall'Auditel. Il tutto ad uso e consumo di appena 100 mila utenti che attualmente posseggono antenna parabolica e ricevitore digitale. Non è che la qualità, alla fine, migrerà tutta lì?
E' un rischio. Che la cosiddetta 'audience di nicchia' possa avere la qualità semplicemente... pagandola. Ma il nostro intento è quello di elevare la qualità della domanda espressa dall'utente medio. E la vera scommessa sta nel migliorare la televisione generalista che, per molti anni ancora, sarà quella ricevuta dalla grande massa della gente.

Per saperne di più
La Consulta qualità svolge una funzione di servizio nei confronti dei telespettatori, e dal pubblico si aspetta suggerimenti, opinioni favorevoli, giudizi negativi. L'indirizzo della Consulta qualità è: Rai, Radiotelevisione italiana, via Teulada 66, 00145 Roma.