A 120 anni dalla nascita, un ricordo di Odoardo Spadaro, che cantò le bellezze fiorentine

Scritto da Pier Francesco Listri |    Dicembre 2013    |    Pag. 10

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

In Borgo Santo Spirito, nel quartiere di San Frediano, 120 anni fa precisi nasceva, figlio di un ufficiale e di una provetta arpista, Odoardo Spadaro. Firenze, perché fiorentinissimo fu, lo perse nel 1965. Ma Spadaro non fu, come si dice, solo un fantasista e un cantante delle bellezze fiorentine. Tuttavia cominciamo proprio dalle sue canzoni.

Felice vena inventiva
Ne scrisse oltre cento, ma a dargli la popolarità furono Ninna nanna delle dodici mamme scritta da un giovanissimo Spadaro appena reduce dalla prima guerra mondiale e dedicata alle mamme dei caduti, e poi La porti un bacione a Firenze, scritta invece durante una lunga tournée

Qualcuno ha detto che le canzoni fiorentine di Spadaro sono una piccola arcadia; non direi. ‘Firenze stanotte sei bella / in un manto di stelle / che in cielo risplendono / tremule come fiammelle’. Oppure ‘È primavera, svegliatevi bambine / alle Cascine messer Aprile fa il rubacuor…’. 

E invece ‘È Il valzer di povera gente / un semplice valzer ch’è fatto di niente / con due chitarre e un mandolino – si balla fino al mattino’. Ecco tre esordi di canzoni che, a una felice vena inventiva e perfino poetica, aggiungono una freschezza allegra e insieme un sentimento profondo che sono, tutte insieme, le qualità del grande Spadaro.

Dal varietà alla guerra
Un po’ della sua vita. Orfano di padre a tre anni, fu educato alla musica e al canto dalla madre e dalla nonna, anche se a formarlo furono le tante voci del Mercato Centrale.

Per le sue intemperanze di buontempone fu cacciato da varie scuole, compreso il liceo Dante, poi si iscrisse ai corsi di recitazione di Luigi Rasi in via Laura. Più tardi entrò nella compagnia teatrale di Alfredo De Santis (1912) recitando poco più della battuta ‘il pranzo è servito’.

Ma la prosa seria non gli si confaceva, perciò si postò alla Sala Umberto e al Salone Margherita dove dominava il maestro Armando Frittelli, fiorentino che diventerà un suo prezioso sodale e dove furoreggiava il varietà.

Odoardo spadaro 1Ecco dunque Spadaro che debutta nell’arte varia ballando e cantando canzoni, prima di altri, poi sue. Sono gli anni che seguono ai grandi Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma, nonché al trasformista Fregoli che fanno vivo il varietà avanti la prima guerra mondiale. Poi va in guerra e lì vede e soffre cose che lo maturano ma non gli tolgono il buonumore.

Fiorentino cosmopolita

Alla fine della guerra l’Italia conosce il jazz, nel 1918 Spadaro scrive Mi ami Memy a Miami e stringe amicizia con il maestro Tito Petralia.  Nel ’20 girerà il primo film La collana del milione.

Finalmente è il giorno fatidico per la partenza per Parigi. È da quel palcoscenico, cantando e ballando con la celebre paglietta che faceva pendant con la paglietta di Chevalier, il mito parigino, che Spadaro spicca il salto verso una clamorosa popolarità di fiorentino cosmopolita: lavora a Marsiglia, fa una tournée in Africa, canta in alcuni teatri di Londra, poi torna a Parigi e vi resta qualche anno.

Qui calca palcoscenici sempre più prestigiosi fino a incrociare il giovane Jean Gabin, la favolosa Mistinguette e la compagnia Zabum. Ma non ha dimenticato Firenze.

Nonostante una lunga tournée in America del ’32, scrive altre canzoni come Stornelli sincopati e poi gira qualche film. Torna in Italia nel ’33, si esibisce in teatri di varie città. È ormai diventato un re del varietà. Nel ’34 gira due film Campo di maggio e Maestro Landi dei quali è anche regista.

Ritorna a Parigi alle Folies Bergère. Nel ‘35 è di nuovo in Italia, presentato a Firenze come lo ‘Chevalier delle Cascine’; canta una canzone non sua che girerà il mondo, Sulla carrozzella e poi Firenze sogna. Non si può seguire qui tutta la carriera di un fortunato e felice personaggio che chiuderà la sua vita come s’è detto nel 1965.

Preme invece ricordare che Spadaro, nello spirito di Firenze, cantò queste canzoni ma per portare la città con il suo talento sui grandi palcoscenici internazionali.

S’era aperta la grande stagione del turismo internazionale a Firenze, lui ne fu un alfiere perfino in America, ma soprattutto incarnò quella vena ironica bonariamente beffarda di un fiorentino sempre sorridente.
Centoventi anni dopo è giusto ricordare quando San Frediano lo regalò a Firenze.

Nelle foto Odoardo Spadaro, 1956


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