A Coverciano coppe, maglie e scarpette, ma anche foto e filmati. I momenti d'oro della nazionale

Scritto da Bruno Santini |    Settembre 2009    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

Il Museo del calcio sorge nell'area del Centro tecnico federale di Coverciano (Firenze). Ottocento metri quadrati di struttura in cui si ripercorre la storia della Nazionale italiana dal suo esordio ai più recenti fasti del mondiale 2006.

Un festival di palloni, maglie, scarpe, coppe e medaglie, una collezione di tipo multimediale che consente al visitatore di richiamare più di 48.000 fotografie digitalizzate e 800 spezzoni di filmati di partite giocate dagli azzurri, per comprendere e rivivere nel tempo le gesta dei grandi campioni e gli avvenimenti più significativi.

Il filo della memoria

Con i lavori di "Italia ‘90" venne deciso di recuperare nell'area di Coverciano la vecchia casa colonica "rudere Podere Gignoro" e nel maggio 2000 avvenne l'inaugurazione. Allora come adesso, a dirigere il Museo del calcio, Fino Fini (già medico della nazionale italiana dal 1962 al 1982 e della nazionale juniores dal ‘58 al ‘70, oltre che direttore del Centro tecnico di Coverciano e segretario del Settore tecnico della Federazione italiana gioco calcio fino al 1995).

«Alla base della filosofia del progetto - ci spiega lo stesso Fini - c'è la memoria. La consapevolezza che per amare nel modo giusto una data cosa bisogna conoscerne la storia, i meccanismi, le regole. Partendo dal rispetto di noi stessi si arriva a rispettare il nostro rivale, che è avversario non nemico. Per affrontarlo bisogna capirlo e qualora il verdetto sia una sconfitta, questa diventa non un elemento negativo bensì positivo, perché sono proprio le sconfitte che ci fanno crescere e migliorare».


I fantastici tre

Parliamo di trionfi. Voi date ampio spazio ai quattro mondiali che l'Italia si è aggiudicata: cosa accomunava le differenti formazioni vittoriose?

«Sicuramente lo spirito di gruppo - ci risponde prontamente Fini - . I tre allenatori (Pozzo nel ‘34 e ‘38, Bearzot nell'‘82 e Lippi nel 2006) seppure in modi diversi sapevano lavorare molto bene con i calciatori. L'approccio per quanto riguarda Pozzo era decisamente più militaristico, mentre Bearzot amava colloquiare con il singolo; ma tutti hanno saputo cementare il gruppo. Esemplare fu la decisione della squadra di chiudersi a riccio, durante il ritiro spagnolo dell'‘82, e difendere con il silenzio stampa quei giocatori che alcuni media d'assalto volevano coinvolti in un'assurda liaison».


Sport e cultura

Un museo, dunque, non solo per ricordare i successi riportati in un passato più o meno recente ma per rappresentare una testimonianza viva e tangibile dello spirito che anima lo sport. Sport che si fa cultura. «La vittoria, per esempio, dell'europeo del ‘68 va al di là del semplice risultato sportivo, perché ci fece riscoprire il piacere di sventolare il tricolore. Al termine dello spareggio giocato allo stadio olimpico di Roma (in una speciale bacheca del Museo è conservato anche il pallone della partita) e vinto dall'Italia per 2 a 0 contro la Jugoslavia, i 50.000 spettatori dello stadio, senza una strategia premeditata, tornarono nelle loro case, recuperarono vecchie bandiere e si unirono spontaneamente in festosi cortei per le strade con chi la partita l'aveva vista in televisione. Erano sì 30 anni che non vincevamo una competizione, ma mi piace anche ricordare che in quel periodo nelle strade ci si andava soprattutto per contestare».

 

La maglia nera

Fra i tanti cimeli anche una maglia nera: quella indossata (un'unica volta), su invito di Mussolini, dalla nazionale che affronta nel ‘38 allo Stade de Colombes a Parigi la compagine francese. «La scelta cromatica non passò inosservata e buona parte dei 60.000 spettatori fischiarono la decisione. Ma al termine dei 90 minuti di gioco, il 3 a 1 con cui i nostri ebbero la meglio sugli avversari venne salutato con applausi convinti che tutto lo stadio indirizzò agli atleti in campo. Una dimostrazione ulteriore che sul terreno di gioco la politica non conta niente!»

Ma di storia nei due piani espositivi della palazzina ce n'è davvero tanta basti pensare per esempio alla miriade di piccoli (ma "grandi" per l'appassionato) cimeli come gagliardetti, manifesti, biglietti d'ingresso agli stadi, cartoline con autografi, casacche di arbitri (Lo Bello e Sbardella) e magliette di grandi avversari come Di Stefano, Pelè e Maradona.

«Intanto va detto che gli oggetti esposti nel museo - puntualizza Fini - sono tutte donazioni. Non abbiamo mai comprato niente. A volte siamo venuti in possesso di un cimelio in modo del tutto fortuito come è avvenuto per la maglia indossata da Piola nella sua prima partita in azzurro. Era il 1935 e l'Italia a Vienna batté 0 a 2 l'Austria grazie a una doppietta dello stesso Piola. La maglia venne poi regalata alla mamma dell'atleta che dopo averne ricamato il risultato sulla stessa, la tenne per anni gelosamente chiusa in un cassetto. Alla sua morte, la figlia Paola, nel riordinare la casa, la ritrovò assolutamente per caso e m'invitò a Vercelli dove abitava per donarla al Museo».

 

I nomi nelle scarpette

«Altre volte - prosegue sempre Fini - sono gli stessi atleti a contribuire direttamente. Alla partenza per il mondiale in Germania del 2006, mentre stava per salire sul pullman Gattuso mi confidò: - Noi andremo in finale! - . Poco distante Cannavaro rincarò la dose e aggiunse: - ...e vinceremo! E se sarà così io le porterò tutto quello che indosserò in campo». La promessa fu mantenuta e il completo del calciatore fa bella mostra in una bacheca del Museo e le macchie sui pantaloncini sono quelle dell'erba dello stadio di Berlino dove l'Italia conquistò il suo quarto titolo mondiale.

«Ma un'altra curiosità è nascosta nelle scarpette del giocatore - ci confida Fini - dove sono riportati i nomi dei tre figli del calciatore. Una cosa piccola, ma molto tenera, che fa capire come gli affetti importanti accompagnino sempre le gesta dei campioni».

Il Museo del calcio è aperto tutti i giorni feriali dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19 (il sabato solo dalle 9 alle 13). Biglietto d'ingresso € 3 (ridotto € 1,50). Per maggiori informazioni www.museodelcalcio.it


Fotografie di Bruno Santini


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