Ai confini orientali, tra foibe e campi di concentramento. L'esperienza degli studenti di Prato

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Desolazione. Non è una parola che si usa tutti i giorni, ma è forse l'unica che può raccontare un posto come questo. Siamo sul Carso, vicino a Basovizza, dove nei primi giorni del maggio 1945 centinaia di italiani, militari e civili, vennero fucilati dalle truppe jugoslave di occupazione e gettati in un pozzo minerario in disuso, insieme ai corpi dei soldati tedeschi caduti in combattimento nei paraggi. Il cielo è grigio, e soffia un vento forte. Da queste parti lo chiamano il borino. Non è la bora quella vera, cattiva, ma ci assomiglia parecchio.

Un gruppo di ragazzi infreddoliti ascolta la storia della foiba di Basovizza, divenuta monumento nazionale nel 1992. Sono 38 studenti della quarta A e della quarta DS (la S sta per scientifico e serve a distinguerla dalla quarta D ad indirizzo linguistico) del liceo scientifico Copernico di Prato: insieme ai loro insegnanti partecipano ad un viaggio culturale organizzato e in parte sostenuto dalla sezione soci Coop di Prato all'interno di un progetto più ampio dedicato quest'anno alle travagliate vicende che sconvolsero il confine orientale tra la prima e la seconda guerra mondiale. Della delegazione fanno parte anche i professori di storia e filosofia Anna Maria degli Antoni e Luciano Artese, Gabriele Fronzoni, insegnante di educazione fisica, Marco Posarelli dirigente di Unicoop Firenze e Alfredo Corsino, consigliere della sezione soci Coop di Prato.

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La storia in diretta

Nato tre anni fa su iniziativa del Provveditorato agli studi di Prato, il progetto - che si rivolge a tutti gli studenti delle scuole superiori pratesi - è promosso dalla Rete per la didattica della storia contemporanea. «È un approccio totalmente nuovo alla storia, che scompiglia tutti gli schemi classici uscendo dai confini ristretti dell'aula - spiega la professoressa Anna Maria degli Antoni -. Si utilizza il territorio come punto di partenza: lo studio sui libri arriva dopo». In questa specie di laboratorio sul posto, sottolinea l'insegnante, i ragazzi scoprono abilità insospettate di ricercatori e documentaristi, che difficilmente potrebbero venir fuori. «Un altro obiettivo è far riflettere i ragazzi sul fatto che nella storia non esiste una sola, assoluta verità - prosegue Luciano Artese. Si possono avere interpretazioni diverse, dipende da chi quella storia l'ha vissuta».
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Indubbiamente il confine orientale italiano, con le sue tormentate e travagliate vicende, è il luogo dove più si può toccare con mano quanto questo sia vero. Una terra che in poco più di cinquant'anni è passata dalle ceneri del regno austro-ungarico (dai triestini e dai goriziani più vecchi a lungo rimpianto come il periodo dell'Austria felix) a spostamenti continui di confine con esodi di popolazioni (italiane, slave, croate, istriane) da una parte all'altra; dall'aggressiva politica fascista negli anni '20 (che impose cognomi italiani agli sloveni e proibì l'uso della lingua slovena perfino nelle cerimonie religiose) alla durissima e violenta contesa con la Jugoslavia.
Nel nostro viaggio abbiamo incontrato storici ed esperti che ci hanno raccontato la loro memoria: il professor Franco Cecotti, presidente dell'Istituto storico della Resistenza di Trieste; Angelo Visintin, ricercatore e docente di storia e filosofia; Dunja Nanùt dell'Istituto per la storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, slovena nata in Italia, che ciha fatto da guida al Museo nazionale di storia contemporanea di Lubiana (altra tappa del nostro viaggio) e ci ha accompagnato alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di concentramento presente in Italia.
Abbiamo guardato Trieste - bellissima - con occhi diversi da quelli di un turista, godendo comunque dei suoi palazzi eleganti, dei suoi spazi aperti, della sua multi-culturalità, dei suoi caffè storici, del suo mare così a portata di mano. Ma con una consapevolezza in più. In fondo questa gita era un po' una scommessa: come reagiranno 38 ragazzi tra i 17 e i 18 anni ad un viaggio di quasi fine anno scolastico che non è solo una vacanza?
Siamo quasi arrivati a casa, i ragazzi intonano uno dei loro tanti cori: «Portaci indietro, Roberto (l'autista del pullman, ndr), portaci indietro...». I professori sorridono. L'esperimento è riuscito.



Le foto scattate dai ragazzi durante il viaggio a Trieste e Lubiana faranno parte di una mostra che sarà allestita nel punto vendita Coop di via Viareggio, a Prato



DIARIO DI VIAGGIO
Le voci dei ragazzi

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Edoardo, Carolina, Emanuele, Lucrezia, quarta DS
- «Non è un problema che si affronta tanto quello delle foibe. Ne avevamo parlato in classe e avevamo partecipato ad incontri, dibattiti, ma di preciso non sapevamo cosa aspettarci. Abbiamo capito che il nazionalismo estremo di quegli anni è stato strumentalizzato, da una parte e dall'altra. Vedere a cosa ha portato l'odio è anche uno stimolo in più per cercare di capire le altre culture. È una cosa fondamentale in una società come la nostra, che sta diventando sempre più multiculturale... È stata la prima gita che abbiamo fatto mirata a sensibilizzare un'opinione piuttosto che andare a vedere soltanto la città. Sicuramente è stata più impegnativa, ma è giusto che anche noi ragazzi ad un certo punto cominciamo a crescere, anche se può essere faticoso».

Viola Gu., Viola Gi., Daniele, Alessio L.P., quarta A - «I monumenti e i musei sono belli da vedere ma non sono cose vive come le persone che abbiamo incontrato. Durante questo viaggio abbiamo potuto conoscere tante piccole storie, legate a fatti che magari nel programma scolastico non vengono nemmeno affrontati. Ci ha colpito molto la lettera di Pino (ragazzo triestino scomparso nella risiera di San Sabba, ndr), perché era una persona con un nome, una storia. Quando parli di guerre parli di morti ma di solito non hanno un'identità ben precisa... Abbiamo toccato con mano una realtà di cui non sospettavamo l'esistenza e che nemmeno i libri avrebbero potuto farci conoscere così bene: eppure sono realtà vicine, a poche ore di pullman da casa nostra».


Le foibe
Viaggio all'inferno

Le foibe, recentemente tornate di grande attualità, sono strapiombi tipici del Carso, spesso molto profondi (dal latino fovea, cavità). Da sempre usate come discariche (di rifiuti, di materiali industriali), durante la seconda guerra mondiale furono sfruttate da tutte le parti in conflitto per gettarvi i corpi di caduti, avversari, prigionieri. Tra il 1° maggio e il 12 giugno 1945, durante i 40 giorni dell'occupazione jugoslava, molta gente catturata dall'esercito di Tito sparì inghiottita da queste cavità: fascisti e nazisti, ma anche esponenti del Comitato di Liberazione, che da partigiani avevano combattuto per Trieste italiana. Il nuovo monumento del sacrario di Basovizza, inaugurato il 10 febbraio di quest'anno, ricorda le carrucole con le quali gli anglo-americani, subito dopo la guerra, recuperarono parte delle salme degli infoibati, di cui non si sa - e forse non sapremo mai - il numero esatto.