Il simbolo di Roma non è etrusco ma medievale

La lupa è giovane
La mitica Lupa di Remo e Romolo,
l'affettuosa nutrice dei gemelli di cui parlano Ovidio e Virgilio, perde la sua immagine d'epoca. La statua bronzea conservata presso i Musei Capitolini non è una fusione etrusca del 480-470 a.C. - come ancora si legge nello stesso catalogo del museo - e tanto meno del grande Vulca di Veio (fine VI sec. a.C.), ma un'opera d'arte romanica. E non c'è dubbio che guardandola ora con occhi nuovi il suo aspetto ci sembra ben inserito nel contesto dell'arte medievale. Quanto ai gemelli si sapeva già che furono un'aggiunta dei tempi di Sisto IV (1471-1484), quando la Lupa fu donata dal papa alla città e trasferita dal Laterano al Campidoglio.

La scoperta è avvenuta nell'ambito delle indagini che la storica dell'arte Anna Maria Carruba ha potuto effettuare durante il restauro da lei stessa realizzato sul celebre bronzo a partire del 1997. Se sul piano formale i dubbi c'erano già prima, sono le considerazioni tecniche emerse durante la ripulitura dell'opera che ora tolgono gran parte dei dubbi.
La Lupa risulta essere stata fusa a cera persa con il metodo diretto (fusione effettuata "direttamente" sul modello in cera originale) in un solo getto, come si faceva nel Medioevo anche per venire incontro alle esigenze di produzione delle campane, molto più efficaci nel suono se ottenute con una fusione unica. Si tratta di una tecnica che però sulle statue comporta risultati formali di rigidità. È questo il motivo per cui gli artigiani greci, etruschi e romani fondevano separatamente le varie parti delle grandi statue, provvedendo poi ad assemblarle tramite saldatura. Si ottennero così tutti i capolavori della bronzistica antica, capaci di gareggiare con le opere in marmo per dinamicità e armonia delle forme. Solo Benvenuto Cellini (1500-1571) riuscì a eguagliare i capolavori antichi fondendo l'opera in un solo getto sulla linea della tradizione medievale.

Rompendo gli indugi e le titubanze su un'esplicita comunicazione di questa scoperta che ha posto fine alle incertezze sulla collocazione storica dell'opera, l'ex soprintendente ai Beni archeologici di Roma Adriano La Regina, ora docente di Etruscologia alla Sapienza, ha dichiarato: «È stato sottratto un capolavoro all'arte etrusca e restituito a quella medievale».



Colonnino



Questi articoli sono frutto della collaborazione con Archeologia Viva, bimestrale della Giunti Editore. È in edicola il numero di gennaio/febbraio, 5,50 euro