Incontro con lo scrittore Fabrizio Silei, che affronta i temi della Resistenza e della Shoah

Scritto da Silvia Gigli |    Aprile 2018    |    Pag. 6, 7

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

Fabrizio Silei durante una lettura ai ragazzi

25 Aprile

«Quando parli ai ragazzi della storia recente del nostro Paese le loro antenne si alzano e vibrano. Avrebbero tanto bisogno di queste storie e invece ce ne sono ben poche». Fabrizio Silei sa di cosa parla. In dodici anni sono centinaia le scuole che ha visitato in tutta Italia e decine di migliaia i bambini e i ragazzi con i quali ha parlato di negazione della Shoah, Seconda guerra mondiale e razzismo. Silei è sociologo, artista e scrittore di libri per ragazzi. Il suo primo romanzo, Alice e i nibelunghi (Salani), è la storia di una bambina di 9 anni e nel 2008 è stato l’unico libro italiano finalista al premio internazionale dell’Unicef e forse il solo romanzo per ragazzi al mondo ad affrontare l’argomento della negazione della Shoah. L’idea di scriverlo nacque durante gli incontri cui l’autore partecipava, come sociologo e storico appassionato alla vicenda degli ex internati nei campi di concentramento, insieme ai reduci, con i ragazzi delle scuole. «Gli studenti portavano le loro ricerche fatte su internet - racconta - e in alcune si trovavano gli argomenti di chi nega l’esistenza dei campi di sterminio. Li trovavano in siti all’apparenza innocui, e li inserivano nei loro lavori senza rendersi conto di quelle distorsioni storiche. Fu allora che decisi di scrivere la storia di Alice, del fratello che si inserisce in un gruppo neonazista e dell’anziano vicino di casa che aveva perso la famiglia ad Auschwitz». Dopo sono arrivati Bernardo e l’angelo nero (Salani), storia di un piccolo balilla che “‘cattura’” un soldato di colore per far bella figura con il padre podestà e poi ne scopre l’umanità, L’autobus di Rosa (Orecchio acerbo) su Rosa Parks, la donna afroamericana che rifiutò di cedere il proprio posto in autobus ad un bianco, tradotto in 15 lingue e vincitore nel 2014 del premio come miglior libro straniero in Svezia, e Se il diavolo porta il cappello (Salani), la storia di Ciro, il figlio di un soldato americano che racconta la rivolta degli zingari ad Auschwitz. Vincitore nel 2014 del premio Andersen e finalista oggi al premio Strega per ragazzi con L’Università di Tuttomio (Il castoro), Silei ha fondato a Pescia l’atelier l’Ornitorinco per educare i bimbi al racconto. La passione per gli incontri con i giovani è evidente: «Vedo ogni mese centinaia di ragazzi in tutta Italia, dalle elementari ai licei. La maggior parte di loro non arriva a studiare la Seconda guerra mondiale, non sanno niente sulla storia dei loro nonni». Ragazzi che magari conoscono tutto sugli egizi e quasi niente sul più recente passato. «Non avendo più narrazione familiare - spiega -, quelli che ricordano i bisnonni sono soprattutto coloro che vengono da altre parti del mondo. Quando faccio con loro il gioco dell’albero genealogico chi arriva più indietro sono allievi provenienti dall’Africa o dall’India. Penso che il fatto che si trovino all’estero spinga le famiglie a mantenere forte la loro identità culturale». Sapendo poco o niente di storia contemporanea, i ragazzi spesso si concentrano soprattutto sulle vicende del protagonista del romanzo. «Non è una cosa strana. Tutti i miei libri sono attraversati da una domanda: cosa avrei fatto io? L’immedesimazione è tale che, soprattutto i più grandi, chiedono quasi ossessivamente dove finisca la verità storica e inizi la fantasia. Hanno bisogno di sapere se quello che stiamo raccontando è davvero successo. Quando dici loro che sì, il dottor Mengele è esistito, ne sono profondamente dispiaciuti. I giovani, soprattutto i più piccoli, hanno innato un fortissimo senso della giustizia e dell’ingiustizia. Ricordo un incontro sulla Shoah con bimbi di seconda elementare. Gli insegnanti avevano parlato loro dei campi di concentramento, di morte e maltrattamenti. Questo aveva sbloccato in loro concetti e situazioni rimosse: li proteggiamo dalla morte impedendo loro di elaborarla. Quel giorno mi hanno commosso raccontandomi della morte dei loro nonni, e due sorelline del Camerun, trovando un coraggio enorme, ci hanno parlato del luogo in cui avevano vissuto nel loro Paese (che poi ho scoperto essere una scuola coranica) dove erano state picchiate con bastoni e sassi. Gli altri bimbi hanno saputo riconoscere che quella violenza era come quella dei campi di concentramento nazisti e le hanno abbracciate per confortarle». Viviamo tempi difficili, in cui ribollono avversi estremismi e l’idea di una società solidale e con tante culture sembra un miraggio. Il mondo sarà salvato dai ragazzini? «I bambini sono migliori di noi, sono spontaneamente solidali e antirazzisti. Oggi più che mai sono felice di aver scritto libri su questi temi perché ciò che sembrava superato ritorna più forte, complici la crisi e la propaganda politica. Hanno bisogno di risposte vere e noi adulti non possiamo essere educatori maleducati. Dobbiamo dare l’esempio, parlare con loro, non abbandonarli davanti allo schermo di uno smartphone».

L’intervistato

Fabrizio Silei, sociologo, artista, scrittore


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