Un grande fotografo si racconta. Il Cristo velato e Ilaria Del Carretto fotografati a lume di candela

Scritto da Silvia Amodio |    Gennaio 2017    |    Pag. 11

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

nino migliori

Nino Migliori con la celebre foto “Il tuffatore” - Foto C. Mondino

Il Personaggio

«Le donne hanno una sensibilità maggiore in questo mestiere, mentre nelle fotografie scattate dagli uomini spesso traspare una certa supponenza. Le donne arricchiscono il lavoro grazie a una mentalità più sottile e penetrante, sono delle scrittrici».

Queste riflessioni di Nino Migliori, uno fra i più importanti fotografi italiani, mi stanno particolarmente a cuore. Ho avuto il piacere di intervistarlo durante l’ultima Triennale di Milano. Lo conoscevo personalmente perché ho avuto l’occasione di esporre insieme a lui un lavoro su un progetto di cooperazione della Coop realizzato in Burkina Faso.

Nino Migliori si riferisce al lavoro di due reporter, Isabella Balena e Monika Bulaj, che quella sera tennero una conferenza, mostrando alcune immagini realizzate in zone di guerra. «La fotografia è scrittura, è la rappresentazione di uno stato d’animo e secondo me le donne sono molto più avanti degli uomini per la loro capacità di raccontare. Il futuro è vostro - mi dice sorridendo -. Riuscirei a riconoscere un progetto realizzato da una donna rispetto a quello di un uomo. Questi ultimi mirano più all’effetto speciale, mentre voi ci mettete l’anima. È da molto tempo che penso questo. Se tornassi al mondo mi piacerebbe nascere donna…».


A lume di candela

Il giovanotto ha da poco compiuto novanta anni ed è una delle menti più fresche, aperte e innovative con cui ci si possa confrontare. Una vivacità intellettuale che è il filo conduttore di tutto il suo percorso artistico e che lo ha portato a fare scelte caratterizzate da una profonda libertà intellettuale. Sono famose le sue sperimentazioni con vari materiali, dall’incisione direttamente su lastra e pellicola all’uso di fiammiferi per impressionare i negativi, solo per citarne alcune.

«Ho appena finito di fotografare il Cristo velato a Napoli - aggiunge Nino -, una statua scolpita da Giuseppe Sanmartino nel 1753. Questo lavoro fa parte di una serie che si chiama Lumen, dedicata alle statue e ai monumenti, che ho realizzato in giro per l’Italia usando solo le candele come fonte luminosa. L’idea è stata quella di vedere con gli occhi di quel periodo, quando non c’era la corrente elettrica. Ho lavorato anche in Toscana, a Lucca, dove ho ritratto Ilaria del Carretto, la scultura di Jacopo della Quercia risalente ai primi del ‘400 e conservata nella Cattedrale di San Martino».

L’attività fotografica di Nino Migliori parte da lontano. «Sono nato nel 1926 - ci racconta - e ho vissuto il periodo della guerra. È stato molto difficile, andavo a scuola e avevo paura dei bombardamenti. Quando è finita, nel ‘45, avevo voglia di vivere, di conoscere gente. La fotografia è stato un modo per avvicinarmi alle persone e per viaggiare. Sono andato al Sud con 15.000 lire in tasca e ci sono stato un mese, dormivo per terra e mangiavo quello che c’era. Siccome le pellicole costavano e non potevo permettermi scarti, quando avvicinavo le persone facevo finta di fotografare, aspettando che si sentissero a proprio agio; solo allora, quando ero convinto che l’immagine era buona, scattavo veramente».


Con i bambini

Fra i progetti realizzati che stanno più a cuore a Nino Migliori, c’è quello voluto dal Mast (Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia) di Bologna. Il fotografo ha giocato, se così si può dire, con i bambini dell’asilo, stimolandoli a creare opere uniche sotto la sua guida.

«I bambini hanno una mente straordinaria, fino a quando non vengono indottrinati dalla scuola e dai genitori - afferma l’artista -. Hanno realizzato fotografie grandi anche due metri con tutte le tecniche possibili e immaginabili, lavorando con il corpo, con le mani e con il materiale che avevamo a disposizione. Due troupe televisive hanno ripreso i bambini nella fase delle progettazione. Una vera rivelazione! Io mi sentivo uno di loro».

«Un giorno - conclude sorridendo - un bimbetto mi ha chiesto in prestito il cappello, quando me l’ha riportato ha esclamato: “ma tu hai i capelli bianchi: allora sei vecchio!”. Prima di allora non si era posto il problema». Questo lavoro sarà esposto oltre che a Bologna anche all’estero.

Nino Migliori mi confida che vorrebbe vivere altri 90 anni, perché sono ancora molte le cose che deve fare. In questi quasi 70 anni di attività fotografica è passato con disinvoltura dalle lastre al digitale ed è convinto che in futuro non sarà più necessario avere una macchina fotografica, ma che le immagini verranno “scattate” e trasmesse semplicemente con gli occhi.

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