I seccatoi

Scritto da Antonio Comerci |    Novembre 1997    |    Pag.

Da molti anni nell'Unicoop Firenze, si è occupato di varie tematiche, soprattutto dal punto di vista consumerista e storico.

Autore alla fine degli anni ’80 di alcune pubblicazioni: Guida alla spesa - per spendere meglio e sapere cosa si compra (1989); Ecologia domestica - suggerimenti per rispettare l'ambiente (1989); Vivere la sicurezza - i pericoli dell'ambiente domestico; Frutti esotici – Piccola guida per conoscerli, riconoscerli e apprezzarli (1987); A come agrumi (1987).

Nel 1982 ha organizzato le Giornate dei giovani consumatori, a Firenze, che hanno visto la partecipazione di oltre 12 mila studenti e sono state la prima esperienza in grande stile della Coop nel mondo della scuola e dell'educazione ai consumi.

Dirige dal 1981 l'Informatore, mensile inviato ai soci dell'Unicoop Firenze, con una tiratura di oltre 600 mila copie. Dal '92 è responsabile della comunicazione istituzionale dell'Unicoop Firenze.

Nel 2004 esce “All’origine dell’oggi – Cronaca degli ultimi 40 anni della cooperativa”, una cronologia dei più significativi eventi che hanno caratterizzato l’Unicoop Firenze e la cooperazione di consumo dal 1960 in poi. Stampato in proprio dall’Unicoop Firenze, la ricerca, le immagini e i testi della pubblicazione sono di Comerci.

Nel 2007 ha pubblicato per "I tipi" della Mauro Pagliai Editore, il libro "sComunicati - Viaggio fra i mezzi e i messaggi della società che comunica", con la prefazione del prof. Carlo Sorrentino, docente dell'Università di Firenze.

Per i cinquanta anni dalla registrazione della testata, nel 2013 esce “Quelli che... informano – Storia e considerazioni sul giornale dell’Unicoop Firenze” pubblicato dall’Unicoop Firenze e diffuso in migliaia di copie. Nella pubblicazione s’intreccia la biografia dell’autore, la comunicazione e la storia dell’Unicoop Firenze.

Nel 2018 Comerci va in pensione e pubblica un’edizione aggiornata de “All’origine dell’oggi”. È incaricato dalla cooperativa della responsabilità dell’Archivio storico dell’Unicoop Firenze.

La fabbrica di farina dolce
Fra le montagne dell'Appennino le coltivazioni di grano, patate e frumento non bastavano certo a sfamare una popolazione che, almeno fino agli anni '50, era assai più numerosa di quella attuale. Specie nelle gole più scoscese, fra la Toscana e l'Emilia, poca era la terra coltivabile e breve la stagione temperata. In queste condizioni la castagna, come fonte di alimentazione, assumeva una grande importanza e la polenta di farina dolce era il 'piatto' più comune nei freddi inverni. Per questo si è sviluppata una forma di conservazione del frutto su scala che oggi diremmo 'industriale'. I seccatoi erano molto diffusi e potevano servire per grandi quantità di castagne; in un villaggio come Roncobilaccio si dice ce ne fossero almeno 7 o 8, che diventavano a novembre il centro del lavoro di tante persone che speravano così di superare al meglio l'inverno. Oggi non si notano quasi più, integrati nelle costruzioni adiacenti, o utilizzati per altri scopi. Soltanto uno è ancora ben visibile, appena entrati in paese, sulla strada che dallo svincolo autostradale porta a Baragazza: il seccatoio di zi' Chise.
E' una costruzione in pietre ben squadrate, con un tetto a lastre anch'esse di pietra. L'unico vano era diviso, a metà altezza, da due travi che servivano per appoggiarci delle assi di legno, in modo però da lasciare degli spiragli fra asse ed asse. Durante il periodo di raccolta ogni famiglia portava le sue castagne al seccatoio, segnando scrupolosamente le 'bigonce' portate, accedendo con una scala a pioli, attraverso una finestra, al piano superiore. Quando il seccatoio era carico, al piano terra veniva acceso il fuoco che doveva ardere per almeno un mese con poca fiamma, costantemente. Quando le castagne erano ormai tutte uniformemente seccate, venivano rimosse le assi e fatte cadere sul pavimento ed ogni famiglia prendeva la sua parte. A questo punto avveniva la sbucciatura delle castagne (fatta manualmente o con rudimentali macchine) e quindi si prendeva la via del mulino per portarle a macinare. La farina ottenuta veniva conservata nelle madie, comprimendola fortemente per conservarla meglio. Al momento dell'utilizzazione veniva affettata con un coltello e l'utilizzazione corrente era come polenta... A giudicare dalle espressioni di chi ha vissuto quei tempi, non doveva essere un gran mangiare.


Le ricette

Polenta di necci (farina di castagne) all'uso toscano (per 6-8 persone).
Far bollire acqua salata in un paiolo, nella proporzione di 2 litri per 600 g di farina, con l'aggiunta di mezzo bicchiere d'olio extravergine d'oliva. Quando bolle mettere a pioggia la farina di castagne, senza poi toccarla. Farla cuocere per 40 minuti circa, quindi scolare l'acqua che affiora e tenerla da parte. Togliere il paiolo dal fuoco e mescolare la polenta, aggiungendo man mano l'acqua precedentemente scolata. Portarla, rimestando continuamente, ad una consistenza omogenea, rimettere il paiolo sul fuoco e allorché comincia a bollire facendo i caratteristici crateri aspettare 1-2 minuti, poi versarla sul tagliere, lasciarla riposare un attimo, tagliarla e servirla. Questa polenta è ottima con il latte, la ricotta e il formaggio fresco.

Castagnaccio
600 g di farina di castagne nuova, 6 noci sgusciate e tritate, 50 g di pinoli, sale, olio d'oliva.
Sciogliere pian piano in acqua fredda la farina dolce, unirvi anche un pizzico di sale. Aggiungere poi, lavorando l'impasto, le noci spezzate e i pinoli interi. Il composto deve essere piuttosto liquido e, quando è pronto, versarlo in una teglia - unta anche ai lati di olio d'oliva - e farlo alto non più di 3-4 centimetri. Mettere in forno bel caldo fino a fargli prendere un color marrone castagna e far ben 'crettare' la crosta, facendo attenzione comunque a non farlo seccare troppo. La variante del castagnaccio 'baldino', originario dell'aretino, prevede un rametto di ramerino al posto delle noci