I risultati di otto anni di scavi

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Luglio 2007    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

La fabbrica delle anfore
La vicenda può iniziare in un remoto paese della Francia centro-orientale, non lontano da Digione, nell'alta valle della Saone. Fu in quel territorio che vennero trovate, qualche anno fa, alcune anfore da vino di epoca romana, in buone condizioni di conservazione, sulle quali era ancora leggibile il "marchio di fabbrica", grazie al quale fu possibile risalire alla località dove venivano fabbricate. E come in un romanzo giallo, la cui struttura classica prevede che si parta dalla vittima per risalire all'autore del delitto, così è stato per le anfore di Albinia. In una sorta di percorso investigativo si è potuto ripercorrere il viaggio a ritroso fino ad arrivare al piccolo centro del comune di Orbetello, nel punto in cui l'Albegna sta per riversarsi in mare e dove sorge la Torre delle Saline di secentesca memoria.
Qui erano prodotti, probabilmente a partire dal I secolo a.C., quei contenitori in terracotta che, riempiti con il vino prodotto nella zona interna della Maremma, venivano poi trasportati nel mondo allora conosciuto. Vale a dire, principalmente, nel bacino del Mediterraneo.

Identificato dunque il luogo di produzione sono iniziate, nel 1999, le prime ricerche sistematiche da parte di un gruppo di archeologi dell'Università di Bologna ai quali si sono affiancati, nel 2005, alcuni docenti e studenti del dipartimento di Grosseto dell'ateneo di Siena. E da Siena viene una giovane archeologa, Silvia Pallecchi, che ha il compito di coordinare il gruppo di ricercatori nei lavori di scavo e di catalogazione dei reperti. Nonostante la giovane età ha un curriculum piuttosto corposo (ha compiuto scavi nella stessa Siena, in Puglia, ha viaggiato alla ricerca di antichità per mezza Europa), e lascia trasparire con candore l'entusiasmo e la passione che mette nel suo lavoro.

«La passione e l'entusiasmo derivano, oggettivamente, dall'importanza e dalle prospettive che il sito che stiamo portando alla luce ha e può avere in futuro. Siamo appena agli inizi delle ricerche e attualmente l'interesse è concentrato solo sull'area artigianale. Ma è certo che non distante da qui deve trovarsi un centro abitato e dunque una necropoli e, con ogni probabilità, un'area sacra».

Per quale ragione proprio ad Albinia una fabbrica del genere?
«La nascita di questo centro coincide sia con la decadenza della città di Cosa sia con la fine della piccola proprietà contadina e la comparsa di grandi proprietari terrieri, che sfruttavano in maniera intensiva il territorio e avevano la necessità di esportare i loro prodotti. La foce dell'Albegna fu reputato il luogo adatto per la produzione delle anfore - grazie alla presenza di acqua, di argilla per i manufatti e di boschi per il fuoco delle fornaci, e come punto di raccolta e di smistamento dei prodotti dell'artigianato e dell'agricoltura dell'interno. Va anche ricordato che da qui passava un'importante strada sull'asse nord-sud, che può essere identificata con l'attuale Aurelia».

Cosa è emerso finora dagli scavi?
«Le ricerche sono concentrate soprattutto sulla parte centrale del quartiere artigianale: un'area di circa 1500 mq delimitata da un muro in pietra, che racchiude due coppie di fornaci e alcuni cortili di servizio».

Qual era la capacità produttiva delle fornaci?
«Ad Albinia si producevano, per quello che è emerso finora, quasi unicamente anfore di terracotta della capacità di 26 litri di liquido. I forni, rettangolari e lunghi dodici metri, potevano contenere circa quattrocento anfore per cottura. Dunque la produzione mensile doveva aggirarsi sulle 1600 anfore, che potevano contenere sui 43 mila litri di vino. Questi dati dimostrano sia l'importanza dell'area artigianale, sia il grado di sfruttamento del territorio agricolo».

Nelle fornaci si realizzavano solo anfore o sono emersi altri manufatti?
«La produzione primaria era certamente quella delle anfore, ma non mancano reperti di vasellame e oggetti di uso domestico. Durante gli scavi più recenti sono emersi anche due frammenti di teste maschili che farebbero pensare all'esistenza di una produzione di diversa natura, forse dedicataad oggetti per il culto».

A fianco delle fornaci si apre una vasta area dove appaiono un centinaio di anfore intere sdraiate e allineate. La vista è piuttosto singolare e, per il profano, di difficile interpretazione.
«Si tratta senz'altro di un'opera di bonifica del terreno. La presenza di argilla lo rende, con le piogge, fangoso e impraticabile, per cui le maestranze dell'epoca pensarono di ovviare all'inconveniente deponendo questo gran numero di anfore vuote, forse quattrocento, e poi ricoprirle di terra. Avevano la funzione di assorbire l'acqua piovana e quindi di permettere che il piano di calpestio rimanesse agevolmente percorribile».

Chi, e come, lavorava nelle fornaci?
«È stato appurato che nella maggioranza si trattava di schiavi, ed erano presenti anche donne e bambini. Per quanto riguarda i processi di lavorazione si è ipotizzata anche una sorta di catena di montaggio, nel senso che ogni gruppo di operai aveva delle mansioni specifiche che si integravano e si interscambiavano con quelle degli altri lavoratori».

Come si conserva il materiale recuperato?
«Per ora viene catalogato e sistemato in magazzini. L'obiettivo è quello di aprire un museo, in modo che gli oggetti più interessanti che tornano via via alla luce possano essere disponibili in appositi spazi espositivi, magari approntati nel luogo stesso del loro ritrovamento. Ma dal momento che gli studi e le ricerche sono ancora nella fase iniziale è forse prematuro pensare ad un vero e proprio museo. Adesso le nostre priorità sono di altro genere. Ci preme innanzi tutto interessare il maggior numero di persone a visitare il sito e fare in modo che sia frequentato da giovani e da studenti».

Nei mesi estivi è possibile visitare e partecipare agli scavi. Per informazioni contattare Silvia Pallecchi, e-mail silvia.pallecchi@tin.it, tel. 3406106241



L'intervistata: Silvia Pallecchi, archeologa