Scritto da Miriam Serni Casalini |    Novembre 1999    |    Pag.

Era un'amante dei gatti. Una "gattaia" come si dice a Firenze di quelle vere.
La donna che amava i gatti
Anziana pareva a me adolescente. Una crocchietta appuntata in cima al capo da una decina di forcine d'osso che non riuscivano a tenere a freno i pochi cernecchi ribelli. Vestiti scuri antiquati resi stravaganti da assurde sciarpe di svolazzante chiffon colorato. Inseparabile completamento due borse sempre quelle. Una sportina a sacchetto chiusa da stringhe dove teneva cibarie per tutti i gatti suoi protetti randagi per le vie del centro da via Monalda al giardino di piazza d'Azeglio. Nella borsa grande invece i compiti in correzione dei suoi alunni. Perché la gattaia era una professoressa una temuta insegnate di matematica di una scuola superiore.
Si addolciva solo con gli studenti che furbescamente le proponevano la possibilità di collocare un gatto. Il gatto andava poi sistemato veramente perché la mosca sul naso lei non se la faceva posare. Gli studenti erano di conseguenza alla ricerca di amici e conoscenti disposti ad adottare un micetto. Conversando sull'argomento saltavano intere mezz'ore di lezione mentre salivano di qualche punto i voti del fortunato "piazzista".
Marco figlio di nostri amici dietro mia intercessione riuscì a convincere mia madre a prendere in casa una gattina di tale provenienza. L'andammo a ritirare lui ed io all'indirizzo della professoressa che ce la consegnò in una cestina chiusa accompagnata da una lunga lettera contenente le... istruzioni per l'uso a cominciare dalla descrizione dettagliata del menu (trippa budelline e polmone scottati latte pasta ecc.). Ogni stanza doveva avere una ciotola con l'acqua di modo che se la bestiola fosse rimasta chiusa avrebbe potuto bere. Massima cautela nell'aprire le porte onde evitare il rischio di "strettomicina". Porte finestre e abbaini chiusi per carità per pericolo di fughe e per salvaguardia assoluta alla verginità gattesca. Dopo aver letto la lettera mia madre disse: "Quella è pazza da legare!".
La micina era una soriana dal musetto dolce faceva fusa e strofinii. La chiamai Mimma. Si affezionò subito a noi e alla casa. Era l'anno scolastico successivo al passaggio del fronte. Dopo il crollo dei ponti sull'Arno e il forzato abbandono dei palazzi si era rimescolata la fauna di fogne e cantine e nessuno riusciva a liberare le case dai topi. Per questo mia madre si era convinta all'acquisto. La Mimma si rivelò una cacciatrice nata una macchina acchiappa-topi. Non li mangiava. Li stanava li catturava per sfinimento dopo averci giocato per ore povere bestie. Poi ce li deponeva ai piedi morti sbatacchiati con l'aria trionfante di un eroe vincitore.
Tutto sarebbe andato per il meglio se la gattaia avesse seguito con minor solerzia la sistemazione dei suoi protetti. Spesso e volentieri la sera dopo cena suonava il campanello e senza parere guardava sindacava ispezionava. Figuriamoci se mia madre poteva tollerare quell'andazzo. All'ennesima inquisizione e alla domanda: "Non ci saranno mica topi in questa casa?" mia madre sbottò: "Le sembra una casa da topi questa? Se crede si riprenda la sua gatta e smetta di seccare la gente. Questo è veramente ineducato da parte di una persona istruita come lei". La professoressa se ne andò e non tornò più. La Mimma continuò il suo attivo servizio finché di topi non se ne vide nemmeno l'ombra. Non chiesi mai come andassero i voti del mio amico Marco.