Fece scalpore il suo seno nudo, il primo nella storia del cinema. Ma in realtà amava la vita di casa

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Novembre 2005    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

La diva dimessa
Strano destino, quello di Clara.
Mentre la stampa dell'epoca le costruiva addosso il personaggio della diva, o meglio della "donna fatale", la sua personalità la portava a giocare un ruolo esattamente agli antipodi: era gelosa della sua vita privata, non amava mettersi in mostra, preferiva la penombra del salotto di casa sua alle luci del teatro di posa o ai titoloni sui giornali.
Certo, non era facile, anche negli anni di adolescenza del cinema italiano - i primi anni '30 del '900 - sottrarsi a certi canoni di comportamento che registi e produttori imponevano. E i ruoli che venivano affidati a Clara, anche se in contrasto con il suo carattere e con il suo aspetto fisico, erano invariabilmente quelli della ragazza sensuale, della "fatalona", della donna di ghiaccio che travolge cuori e destini. Ma se quello era il gioco da interpretare sotto la luce dei riflettori e il ronzio della camera da ripresa, nell'intimità della casa e nella realtà della vita quotidiana era una persona modesta, schiva, quasi dimessa.

Clara Calamai (ma nei primi lavori usò lo pseudonimo di Clara Mais) era nata a Prato nel 1915, figlia del capostazione di quella che nei primi anni del secolo scorso si poteva ancora considerare una cittadina di provincia. A sedici anni è protagonista e vittima di un evento drammatico che la segnerà per tutta la vita (e probabilmente contribuirà a formarle quel carattere così introverso): si innamora di un giovanotto di sei anni più grande, appartenente ad una delle famiglie più in vista di Prato. I genitori di lui e di lei sono ovviamente contrari e fanno di tutto per impedire che i due possano approfondire la loro relazione. Clara è così sconvolta da quegli ostacoli che le vietano di raggiungere quella che lei reputava la felicità totale, da decidere di porre fine ai suoi giorni. Prende la pistola di suo padre, la indirizza al cuore e preme il grilletto. Ma il colpo non parte, Clara è salva. Però - e qui emerge tutto il suo carattere volitivo - non si arrende: tira su il cane, preme di nuovo il grilletto e questa volta il revolver fa il suo dovere. Trasportata all'ospedale, rimane per alcuni giorni tra la vita e la morte. E i dottori appureranno che la pallottola non le ha trapassato il cuore solo perché leggermente deviata da una costola. Insomma, un mezzo miracolo.

Non sarà un miracolo, ma solo il frutto della sua bellezza - una bellezza cristallina e per niente vistosa - se qualche anno più tardi entrerà per la porta principale nel mondo del cinema. La leggenda racconta di una sua fotografia che, passata di mano in mano, pervenne in quelle del regista Aldo Vergani (altre fonti dicono che invece il suo scopritore sia stato il direttore di produzione Eugenio Fontana); resta il fatto che le fu chiesto di andare a Roma per un provino. La stessa leggenda vuole che lei si mostrasse ritrosa a partire, ma che invece ebbe la spinta dai genitori, stranamente scevri dai tipici pregiudizi verso il mondo dello spettacolo ancora presenti negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali.

Alla prima particina nel Pietro Micca, polpettone propagandistico voluto dal regime fascista, seguì tutta una serie di pellicole non certo di eccelsa qualità: Ettore Fieramosca, Io, suo padre, Il socio invisibile, L'eredità in corsa. Nel 1941 uscì il film che le dette notorietà internazionale e non solo per la sua recitazione, ritenuta unanimemente eccellente, quanto per un fatto che la storia del cinema cataloga come il primo seno nudo apparso in un film non proibito dalla censura. Lo volle Alessandro Blasetti nella Cena delle Beffe, tratto dall'omonimo dramma di Sem Benelli. Fu un evento che suscitò molto scalpore ed ebbe non pochi strascichi polemici. Non ultimo quello innescato da Doris Duranti, l'anno successivo, quando anche il suo seno nudo apparve sugli schermi: «Il mio fu il primo seno ripreso all'impiedi - volle precisare l'attrice -, apparve eretto, come di natura, orgoglioso, senza trucchi... Invece la Calamai si fece riprendere sdraiata, che non è una differenza da poco».
Clara replicò con uno sdegnoso silenzio, e si gettò anima e corpo nella lavorazione di quello che lei stessa sentiva (e lo ha detto più volte) come il film più importante della sua vita: Ossessione, diretto da Luchino Visconti. Una lavorazione comunque non facile perché Clara ogni giorno di più subiva il fascino di quell'uomo burbero ma gentile, che la trattava talvolta con durezza ma nello stesso tempo con tanto charme. E quale fu la delusione di Clara, quando si dovette accorgere che le maggiori attenzioni di Luchino non erano dirette a lei, bensì verso il protagonista maschile, Massimo Girotti!
Il film, il primo di Luchino Visconti, ebbe un grande successo anche internazionale, e Clara venne issata, suo malgrado, sul piccolo piedistallo riservato ai divi di prima grandezza. Ecco come la descrisse un critico cinematografico, con l'enfasi e la retorica tipici dell'epoca: "Bronzeo il viso, come statua scolpita, curva la fronte ampia ed altera, morbida l'ombra delle rosee gote, incantevoli gli occhi a mandorla, carnose le labbra sensuali, nel volto incorniciato di capelli bruni".

Ma nonostante il grande successo della pellicola Clara uscì spossata da questa esperienza e in piena crisi esistenziale. Le occorsero due anni di quasi totale inattività e l'incontro con un pilota di aerei (il fascino della divisa azzurra!) per farla tornare alla realtà. Ma con il cinema non riannodò più quel filo che si era - con Ossessione - irrimediabilmente spezzato. Sì, è vero, girò ancora qualche film - anche con lo stesso Visconti, che la volle nella parte di una prostituta nelle Notti bianche - ma Clara aveva deciso che quel mondo artificiale ormai non le apparteneva più. E se ne tenne lontana per gli oltre quarant'anni che le restarono da vivere. Salvo apparire in Profondo rosso di Dario Argento, del 1975: l'anziana attrice è l'assassina vestita di nero lucente.

Per saperne di più
Italo Moscati (a cura di), Clara Calamai, l'ossessione di essere diva, Marsilio 1996