L'ultimo libro di Marcello Vannucci, saggista e narratore. L'amicizia con Montale, quando Firenze era ancora la capitale della cultura

Scritto da Silvia Gigli |    Aprile 2004    |    Pag.

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

La diaspora degli intelletti 2
Una foto del 1930:
la sala fitta di commensali dai volti noti come Eugenio Montale, Arturo Loria, Giuseppe De Robertiis, Libero Andreotti.
Sullo sfondo, stretto accanto al cameriere c'è lui, ha solo nove anni, Marcello Vannucci. Suo padre Giulio, fervente socialista fuggito da Sesto Fiorentino per rifugiarsi in un anonimo caseggiato dell'Oltrarno, aveva fondato proprio quell'anno il premio Antico Fattore. Celebri pittori e scultori si erano messi in testa di assegnare riconoscimenti a scrittori e poeti. Il primo anno vinse Montale, il secondo anno Quasimodo. Due futuri Nobel.

Fortuna, lungimiranza o segno dei tempi? «Forse tutte e tre le cose insieme - ci dice oggi Marcello Vannucci nella sua casa fiorentina a due passi dalla Fortezza da Basso -. Certo è che, come sosteneva Carlo Bo, Firenze in quegli anni difficili era stata un'isola in cui si realizzò un amalgama, una reazione chimica straordinaria che non poteva più ripetersi».
Vannucci, 83 anni portati con grinta e ironia, di recente ha dato alle stampe "Firenze. Il fascino dell'accaduto" (Polistampa), libro che raccoglie volti, momenti e pensieri della città dagli anni '30 ad oggi.

La diaspora degli intelletti
«Con Montale nacque un'amicizia vera,
sincera. Lui, che non amava concedersi a destra e sinistra ed era capace anche di gesti bruschi, firmò con slancio le prefazioni dei miei unici due libri di poesia. Ricordo con affetto le estati passate in sua compagnia al Forte dei Marmi, le sue leggendarie arrabbiature o le geniali prese in giro. Quando capitavo a Milano per lavoro la sua casa in via Bigli era sempre aperta per me».
E poi Mario Tobino, Carlo Levi, Tommaso Landolfi, Luigi Dallapiccola. Firenze era un pulsare di intelletti.
«Negli anni prima della guerra la trattoria Antico Fattore fu il mio osservatorio privilegiato. Lì vidi farsi e disfarsi amicizie, amori, imprese intellettuali. Fu una formazione eccezionale».
E dopo? «Dopo ci fu la diaspora. Firenze perse di appeal. Allora avevamo sei grandi case editrici, oggi non ne rimane nulla. Per trovare lavoro molti scrittori furono costretti ad andare a Roma, dove era appena nata la Rai, o a Milano, divenuta capitale dell'editoria. Gadda e Montale, per esempio, migrarono a Milano. Solo Dallapiccola rimase a Firenze. Ricordo l'ultima conversazione con lui nella sua casa in via Romana, di fronte all'uscita di Boboli. Suonava il piano e mi raccontava la storia di Mario Castelnuovo Tedesco, ebreo fuggito negli Stati Uniti che prima di lasciare l'Italia portò i figli in giro per il nostro paese dicendo loro: "Guardate bene tutto questo perché non lo rivedrete più". Quella conversazione ce l'ho registrata e la conservo come un tesoro».

Da allora sono passati tanti anni, cosa è accaduto? «L'inevitabile. Perso il suo ruolo di capitale della cultura, Firenze ha vivacchiato su due o tre conventicole formatesi intorno ai poeti rimasti in città, che però hanno avuto il vizio di non lasciare spazio al nuovo, ai giovani. Ecco il male, siamo vissuti tutti troppo a lungo e i giovani sono ancora lì che scalpitano. Forse oggi è un momento di transizione, di sbalordimento. Ci siamo trovati di fronte ad una realtà nuova, il globalismo delle cose, e la città la sta ancora metabolizzando. Non per questo è destinata a cedere, tutt'altro. Firenze non si adatta. Può riservarci ancora grandi sorprese».

Marcello Vannucci, "Firenze. Il fascino dell'accaduto", Polistampa, tel. 0557326272, 294 pp, 14,50 euro.
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