La cucina portoghese attraverso i libri di Antonio Tabucchi, suo profondo conoscitore ed estimatore

Scritto da Silvia Gigli |    Giugno 2004    |    Pag.

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

La cucina di Pereira
"Qui c'è un caldo verde,
disse Bernardo Soares, la sua minestra preferita, sono certo che le piacerà". Bernardo è al capezzale di Pessoa morente.
Il più grande poeta portoghese trascorre i suoi ultimi tre giorni di vita in un ospedale di Lisbona e riceve le visite di tutti i suoi eteronomi, gli uomini nei quali si era sdoppiato nel corso della sua prolifica esistenza.
Accade nel libro "Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa" che Antonio Tabucchi ha pubblicato nel 1994 per la casa editrice Sellerio.

In quel volumetto, vera e propria chicca per gli amanti di Fernando Pessoa, lo scrittore toscano, che all'autore portoghese ha dedicato gran parte dei suoi studi e dei suoi scritti, metteva in scena il rapporto per così dire privato tra Pessoa e i suoi eteronomi, Alvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Bernardo Soares, Antonio Mora.
E proprio a Soares, l'aiutante contabile che sognava Samarcanda, l'autore dietro al quale Pessoa si nascose per pubblicare "Il libro dell'inquietudine", Tabucchi affida il compito di ripercorrere i gusti gastronomici di Pessoa.

Oltre al caldo verde, minestra saporita tipica di Lisbona a base di patate, cipolla, cavolo verza e qualche fettina di salamino piccante, il tutto insaporito da una manciata di coriandolo fresco tritato, Soares propina a Pessoa anche un piatto di trippa fumante cucinata alla maniera di Oporto. Lo stesso piatto si ritrova anche nelle pagine di un altro libro di Tabucchi, "La testa perduta di Damasceno Monteiro". Anche in questo caso la ricetta è piuttosto semplice e si annuncia particolarmente saporita. Per cucinarla ci vogliono un chilo di trippa, due cipolle affettate, 4 spicchi di aglio, due foglie di alloro, vino bianco, un po' di conserva di pomodoro e un goccio di Xeres secco che va aggiunto a fine cottura, quando la trippa sarà accompagnata in tavola con le patate cotte al vapore.

Nel loro dialogo, a metà fra il sogno e il divertissement filosofico, Pessoa e Soares si intrattengono a lungo parlando di cibo. Soares accenna alle ostriche che Pessoa avrebbe assaggiato a suo tempo alla Brasileira do Chiado, il caffè di rua Garrett nel quale il poeta era solito trascorrere lunghe ore a tavolino.
Una consuetudine che rimarrà ai posteri, immortalata in una statua di bronzo che si trova davanti al locale, fra i sampietrini bianchi e neri che formano l'affascinante mosaico del marciapiede di rua Garrett.

Anche la lagosta suada (sudata), detta anche aragosta alla moda di Peniche, è un piatto di cui i due parlano a lungo. Per cucinarla ci vogliono del burro, tre cipolle, dei pomodori, un po' di aglio, olio, vino bianco, un po' di aguardiente, due calici di Porto secco, pepe, peperoncino e noce moscata. L'aragosta si cuoce prima al vapore e poi si mette in forno insieme agli altri ingredienti. Si è soliti servirla insieme a del riso bianco al vapore.

E se Pereira, nell'omonimo libro ("Sostiene Pereira", sempre di Antonio Tabucchi) amava pasteggiare al Caffè Orquidea con una semplice omelette alle erbe aromatiche accompagnata dall'immancabile bicchiere di limonata, per le vie di Lisbona, dove tutto odora di letteratura, non si può non cedere alle lusinghe gastronomiche delle polpettine di baccalà e di certe sfoglie fragranti ripiene di carne speziata.
A sfiorare il sublime ci pensa infine la açorda, una specie di minestra di pane e pesce a base di fette di pane raffermo, aglio, coriandolo tritato, brodetto di pesce, uova, baccalà o gamberi. Quasi una crema profumata, che seduce come una poesia.