Da quando l’uomo è apparso sulla terra ha condizionato pesantemente l’ambiente

Scritto da Silvia Amodio |    Luglio-Agosto 2013    |    Pag. 42

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

“Gli animali sono molto più regolati di quanto siamo noi, e si tengono con maggior moderazione entro i limiti che la natura ha prescritto (…) è più sicuro lasciare alla natura, che a noi, le redini della nostra condotta”, scrive il pensatore Montaigne nel ‘500. Una riflessione quanto mai attuale.

Guido Chelazzi, professore di ecologia e presidente del Museo di storia naturale dell’Università di Firenze, ci dà un quadro piuttosto preoccupante della salute del nostro pianeta, ma al tempo stesso prova a darci un elemento di speranza, «perché – dice - la consapevolezza scientifica ci aiuta a conoscere i problemi e a fare un primo passo per iniziare a risolverli».

Nel suo libro L’impronta originale. Storia naturale della colpa ecologica (Einaudi, 2013), molto ben documentato e approfondito, il professore ci spiega che «l’impatto umano sugli ecosistemi del pianeta è ben visibile.

Per esempio, nel corpo dei cetacei del Mediterraneo dove si rilevano importanti tracce di composti chimici industriali e agricoli, nell’Oceano Pacifico dove grazie al gioco delle correnti staziona un’enorme isola composta da rifiuti di plastica e, ancora, nell’Oceano Artico che tra pochi anni sarà completamente privo di ghiacci, a causa del riscaldamento globale in atto.

Questi sono solo alcuni dei sintomi che indicano il cattivo stato di salute della terra. C’è un termine che sinteticamente riassume tutto questo: Antropocene, ovvero l’era geologica nella quale le azioni dell’uomo e delle sue attività hanno iniziato ad essere la causa delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

Gli scienziati hanno inventato un’altra immagine per rappresentare l’impatto umano sulla terra: l’impronta ecologica. Ogni abitante del pianeta necessita, direttamente o indirettamente, di una porzione di terreno per soddisfare le proprie esigenze, accogliere le infrastrutture e smaltire, o assorbire, i rifiuti.

I cittadini statunitensi e molti europei, per esempio, calzano veramente largo: la loro impronta supera i nove ettari a testa e inevitabilmente va ad incidere nel giardino di casa di altri cittadini del mondo.

Guido chelazzil informatore rivista online unicoop firenzeSe si moltiplica tutto questo per gli oltre sette miliardi di abitanti del pianeta – una massa umana planetaria di oltre quattrocento milioni di tonnellate – ci accorgiamo che stiamo usando molto più di quanto la Terra è in grado di darci. Allora?

È chiaro che l’umanità sta accumulando rapidamente un debito ecologico colossale che qualcuno dovrà prima o poi ripagare, con gli interessi».

Dal neolitico in poi

Un quadro piuttosto deprimente dove non è realistico pensare di ripristinare il rapporto pre-industriale tra l’uomo e la natura.

Chelazzi nel suo libro suggerisce provocatoriamente di «intentare un vero e proprio processo all’uomo, andando a ricercare tra gli studi scientifici più avanzati le prove della trasgressività ecologica umana e la sua origine più remota. Sì, perché la nostra specie è la più trasgressiva che l’evoluzione abbia mai prodotto da quando, oltre tre miliardi di anni fa, sono comparse le prime forme di vita.

E pensare che la storia dell’uomo copre solo gli ultimi due milioni e mezzo di anni di questa vicenda e in particolare quella della nostra specie solo gli ultimi duecentomila anni: un batter di ciglia.

Ma in questo breve lasso di tempo, Homo sapiens ha prodotto una drammatica trasformazione degli ecosistemi del pianeta, per adattarli alle proprie esigenze di crescita ed espansione geografica».

«Già diecimila anni fa, a partire dal neolitico - continua Guido Chelazzi -, l’uomo ha iniziato ad interferire con l’ambiente, passando da un’economia di caccia e raccolta, all’agricoltura e all’allevamento di animali domestici.

I ghiacci polari, sono dei veri e propri archivi dove possiamo leggere le variazioni climatiche del passato.

Essi ci rivelano che i gas atmosferici che producono l’effetto serra – cioè l’anidride carbonica e il metano – iniziarono ad aumentare proprio in conseguenza della prima diffusione dell’agricoltura e dell’allevamento.

Ma i ricercatori che ricostruiscono il clima e l’ecologia del passato hanno scoperto che ancora prima, verso la fine del Paleolitico, intorno a trentamila anni fa, l’uomo sapiente, era già protagonista dei grandi cambiamenti del pianeta».

Scienza e conoscenza

Il professore ci spiega che è importante «riconoscere l’impronta ecologica umana dalle sue origini, per cercare di capire come affrontare un problema molto complesso da un punto di vista tecnico, politico e sociale e indirizzare la ricerca delle soluzioni.

Il messaggio finale è chiaro: non possiamo e non dobbiamo rinunciare all’ingegnosità che si è affermata nelle ultime decine di migliaia anni. Piuttosto dobbiamo riconvertire, nella fase attuale, verso l’individuazione di forme nuove di sviluppo tecnologico che riconcilino sviluppo e sostenibilità, ecologia ed economia».

Anche i musei possono avere un ruolo importante, «una volta erano luoghi chiusi e polverosi – ricorda il professore - che custodivano reperti curiosi o spettacolari di cui si faceva fatica a capire il significato.

Oggi questi luoghi sono divenuti straordinari strumenti di ricerca e di trasmissione della conoscenza. I musei naturalistici sono vere e proprie casseforti della bio- e geodiversità, che gli scienziati studiano, non per pura curiosità, ma proprio per dare risposte ai problemi ambientali.

Guido chelazzil impronta originale informatore rivista online unicoop firenzeInoltre i musei sono strumenti formidabili per un lavoro di educazione ambientale rivolto ai cittadini e alle giovani generazioni, un aspetto fondamentale per la soluzione dei problemi di cui abbiamo parlato.

Naturalmente hanno bisogno di interagire con le istituzioni pubbliche e private per attuare al meglio questa nuova missione sociale. A questo proposito mi piace ricordare il successo del progetto “Bat Box”, nato dalla collaborazione del Museo di storia naturale dell’Università di Firenze e di Unicoop».

È molto importante che ciascuno di noi si assuma la responsabilità dell’impronta che lascia.

E dire che basterebbe poco per migliorare la situazione: limitare l’uso della plastica riutilizzando i contenitori, fare la raccolta differenziata, avere attenzione nell’uso dell’energia elettrica, del riscaldamento, dell’acqua. Muoversi, quando possibile, con i mezzi pubblici o in bicicletta.

Cose ovvie, che tutti sappiamo, ma «il problema non è sapere, ma sentire e fare» conclude il professor Chelazzi.

Il libro:

  • Guido Chelazzi
  • L’impronta originale
  • Einaudi,pag. 300, 23 euro

Foto di S. Amodio

Video

Storia del mondo - Un incalzare d’immagini per una storia terrificante - Durata 2’ 11”


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