Scritto da Matilde Jonas |    Novembre 2003    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

La città del duca
A trafiggere il verde di boschi
e coltivi, alti spuntoni di roccia calcarea scavati da secoli di pioggia e di vento: era il fondo del mare preistorico portato in superficie dalla forza della natura. In vetta, borghi fortificati e rocche, pievi, abbazie e conventi, castelli e fortezze: una per tutte, l'inespugnabile rocca di San Leo (orario: 9-19), antica prigione di antipapalini, dove nel 1795 il conte di Cagliostro - Giuseppe Balsamo per l'anagrafe - concludeva la sua carriera internazionale di mago e taumaturgo. Aria di medioevo, dunque, quella che si respira nel Montefeltro - montuosa patria marchigiana del tartufo bianco, incuneata tra Umbria, Toscana ed Emilia Romagna - eccezion fatta per la magica Urbino, con Firenze cuore pulsante del Rinascimento.

Dai Piceni alla Chiesa
Come il resto delle Marche, il Montefeltro fu terra degli antichi piceni, un popolo in stretto rapporto con greci ed etruschi, che deve il nome all'uccello sacro a Marte: il picchio, in latino picus. Ma già nel 295 a.C., quando i Romani vi arrivarono, l'area era stabilmente abitata dai Galli Senoni, che l'avevano fatta propria nel IV secolo. Nonostante il territorio accidentato, i nuovi conquistatori riuscirono ad attraversarlo con la consolare via Flaminia, realizzando presso Acqualagna quella galleria del Furlo che costituisce un esempio mirabile del loro efficientismo. Furono loro a costruire ex novo, o a ricostruire secondo il tipico impianto cardo/decumano, i numerosi centri urbani della V regio, tutti dotandoli di poderose mura difensive. Così Urbino - dal latino Urbs Bina, città doppia in quanto costruita su due colli, il Poggio e il Monte - Municipio romano già nel 48 a.C. Ma né le potenti fortificazioni, né le difese naturali furono sufficienti a fermare le orde dei barbari. Terra contesa tra Goti, Bizantini e Longobardi, il Montefeltro conquistato da Carlo Magno nel 733 venne donato col resto delle Marche alla Chiesa (di età carolingia, il ciborio della pieve di San Leo). Ma fino al XVI secolo i papi non riuscirono a governare direttamente il territorio, dovendosi contentare di controllarne i Signori nonostante la presenza di quella fitta rete di abbazie e monasteri - molti dei quali rinomati centri di produzione di manoscritti - che avevano traghettato il marchigiano al di là degli anni bui dell'alto medioevo.

Signori in guerra
Neppure i Signori di Montefeltro ebbero vita facile. Grazie alla fedeltà all'imperatore, i conti di Carpegna - nobili ghibellini di origine germanica dai quali i Montefeltro discendono - ricevettero in feudo terre in Montefeltro, tra cui l'omonimo borgo sede del secentesco palazzo di famiglia (visite su prenotazione, tel. 072277153). Feudo al quale nel 1213 Federico II avrebbe aggiunto Urbino. La città fu a lungo luogo di lotte feroci tra Guelfi e Ghibellini, scenario di rivolte, congiure, scomuniche, in virtù delle quali ben pochi Montefeltro riuscirono a morire di vecchiaia nel loro letto. Una certa stabilità arrivò solo nel 1390 con l'investitura papale del conte Antonio, che era riuscito a riprendersi Urbino dopo la morte del cardinale di Albornoz, il bellicoso curatore dei possedimenti pontifici (orario di visita alla sua Fortezza: 8-18). Suo figlio Guidantonio provvide ad estendere i confini dello Stato - contendendo fortezza su fortezza ai Malatesta - ma anche quelli della famiglia: oltre al figlio legittimo, destinato a ottenere da papa Eugenio IV il titolo ducale, nel 1422 da una donna di Gubbio ebbe infatti anche un figlio naturale, Federico. Del primo gli Urbinati si sbarazzarono velocemente in modo cruento, il secondo segnò la loro fortuna.
Poche città sono così legate a una sola persona quanto Urbino al duca Federico, che seppe trasformarla in uno dei principali centri del Rinascimento. Nel quarantennio del suo principato, la capitale del ducato diventò luogo di confluenza dei maggiori artisti e delle più acute intelligenze del tempo, il suo palazzo uno scrigno di tesori d'arte e di cultura, un laboratorio di idee che anticipava l'odierna Università Feltresca, il primo nucleo della quale fu proprio quel Consiglio dei Dottori che l'ultimo dei Montefeltro, Guidobaldo, creò nel 1506 nella vecchia "casa di famiglia" (oggi Palazzo dell'Università) non lontana dalla chiesa gotica di S. Agostino.

I tesori di Urbino
A dominare il rosso dei tetti delle case, che risalgono i fianchi del Poggio con un fitto dedalo di stradicciole, il Palazzo Ducale - prototipo della dimora principesca rinascimentale concepita all'insegna della razionalità e dell'eleganza - voluto da Federico di Montefeltro e firmato da Luciano Laurana e da Francesco di Giorgio Martini (oggi sede del Museo Archeologico e della Galleria Nazionale delle Marche, orario: 9-19, 9-14 festivi e lunedì, chiuso 1° gennaio, 1° maggio, 25 dicembre, ingresso 4 euro). Lo si vede svettare da lontano con i suoi Torricini, alto sulla ventosa Urbino di pascoliana memoria (il poeta vi trascorse gli anni del collegio). Col passaggio del ducato ai Della Rovere, che trasferirono la capitale a Pescara, cominciò il declino della città natale di Raffaello Sanzio, la casa del quale, sede dell'omonima Accademia, è una tappa d'obbligo (orario 10-13). Come lo è, fuori dalle mura fusiformi della città, la Chiesa S. Bernardino degli Zoccolanti, il Mausoleo dei Duchi costruito da Francesco di Giorgio Martini (orario: 8-18); a corredarlo le opere di Piero della Francesca, destinate a disperdersi con l'avvento dello Stato Pontificio nei principali musei italiani, assieme agli altri tesori di Federico.
Merita una visita anche la Rocca Ubaldesca di Sassocorvaro, sede della Pinacoteca comunale. Nel corso dell'ultima guerra, grazie all'iniziativa promossa dal soprintendente di Urbino, fu trasformata nel rifugio di 10 mila capolavori dell'arte italiana. Le riproduzioni di queste opere costituiscono oggi la raccolta del Museo dell'Arca dell'Arte, museo che ospita anche la mostra permanente 'L'Arte in assetto di guerra', dedicata alle tecniche di salvataggio adottate in quel periodo (orario: 9.30-12.30/14.30-18.30).

La città del duca 2
I RITRATTI DEL DUCA
Solo di profilo
Tutti i ritratti di Federico - da quelli di Piero della Francesca (ora agli Uffizi e alla Pinacoteca di Brera) a quello di Pedro Berruguete, per citare i più noti - hanno una costante: mostrano solo il profilo sinistro del Duca. A rivelarne la ragione l'unica immagine di prospetto, quella nascosta nel medaglione centrale della cornice di una pagina dei Sermoni sul Cantico dei Cantici, splendido codice miniato che faceva parte della sua famosa Biblioteca: l'occhio destro di Federico era completamente bianco e deturpato.
Ceramiche e litografie, formaggio di fossa e tartufi. Sono i prodotti tipici della zona, che ospita, a Sant'Angelo in Vado, un centro sperimentale di tartuficoltura

Si chiama Tam, che sta per Trattamento artistico dei metalli. La scuola, diretta da Arnaldo Pomodoro - marchigiano doc -, è stata aperta a Pietrarubbia nel 1990

Info: Iat Urbino, tel. 07222613. Strada diretta per Urbino la A1, uscita Arezzo