Dalla nascita mitologica alla vocazione al sacro dell'antica ed etrusca Fesulni

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 2006    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

La città dei due colli 2
Anche Fiesole non sfugge alla regola
che accomuna tutte le città di antichissima memoria: quella di avere un'origine leggendaria o mitologica. Nel suo caso sarebbero stati i Pelasgi - secondo uno dei miti più accreditati - guidati da Iaphet (in seguito chiamato Giano) che, preso il mare dalla natìa Lidia, avrebbero raggiunto la foce del Tevere. Da lì avrebbero risalito il fiume e poi, attraverso paludi e laghi, che caratterizzavano il territorio di confine tra le attuali regioni di Lazio e Toscana, si sarebbero immessi nell'Arno per discenderlo fino a raggiungere di nuovo il mare nel punto in cui, alcuni secoli più tardi, sarebbe nata Pisa. E nel loro lento peregrinare attraverso il territorio centrale della penisola avrebbero fondato alcune città, fra cui Fiesole.

La scelta di Fiesole fu determinata dalla particolare conformazione del territorio e dal nome del suo fondatore. Come Giano ha due facce, Fiesole è composta da due colli - San Francesco e Sant'Apollinare - nella cui conca centrale sarebbero sorti via via i templi più significativi. Perché Fiesole, proprio per le sue caratteristiche morfologiche che suggerivano un'eterna duplicità - alba e tramonto, padre e madre, passato e futuro, acqua e fuoco - nacque e prosperò come "scuola di vaticinio". E sul colle di San Francesco, che guarda ad occidente, sarebbe nata la sede principale degli aruspici, sacerdoti alla guida della vita spirituale degli abitanti di un territorio piuttosto vasto e delimitato da cippi dei quali tuttora sono rimasti alcuni esemplari.

La città dei due colli 1
Che fin dalla sua fondazione
l'etrusca Fesulni abbia avuto la vocazione al sacro, al religioso, al trascendente, lo dimostrano i molti templi presenti nel territorio urbano e dei quali si sono recuperate ampie vestigia. All'interno della cinta muraria, che aveva un perimetro di oltre due chilometri (e una parte è ancora visibile), erano presenti un edificio sacro nell'area dove attualmente sorge la chiesa di Sant'Alessandro; nella conca dove dieci secoli fa fu eretta la cattedrale dedicata a San Romolo c'era un grande tempio, forse il maggiore della città, risalente al V secolo a.C.; anche sul colle di Sant'Apollinare sono documentati i resti di due piccoli templi dello stesso periodo.
Ma i reperti maggiori si trovano raccolti nell'area archeologica, nella parte settentrionale del centro abitato, dove si mescolano e si sovrappongono edifici sacri e civili di epoca etrusca, romana e longobarda. A fianco del Teatro Romano, in un'area relativamente piccola, sono stati riportati alla luce, a strati diversi di interramento, un tempio ed un altare etruschi risalenti al IV secolo a.C., ai quali si sovrappose, nel I secolo a.C., un tempio romano, al di sopra del quale, nel VII secolo della nostra era, fu creata una necropoli longobarda.
Ma tutta la regione che apparteneva alla Fiesole etrusca, a nord del corso dell'Arno, è ricca di vestigia: a Quinto e ad Artimino, per esempio, sono visitabili alcune tombe che costituiscono modelli illustri di architettura di epoca orientalizzante.

L'esempio forse più clamoroso della massiccia presenza etrusca nel territorio fiesolano è dato dal ritrovamento, nella prima metà del secolo XIX, di una stipe votiva sul Monte Falterona, non distante dalla sorgente dell'Arno.
Fu una pastorella che per prima si accorse dell'immenso patrimonio archeologico che un minuscolo laghetto (oggi prosciugato) nascondeva nelle sue acque. Quando la ragazza ebbe fra le mani una statuetta in bronzo alta circa venti centimetri che raffigurava un uomo coperto con una pelliccia animale, provò la sensazione di aver recuperato qualcosa di importante. La sera stessa la consegnò al proprietario di quel terreno, Alessandro Beni, il quale, senza aspettare tanto, riunì una squadra di uomini per scandagliare le rive dello specchio d'acqua. Le ricerche ebbero un esito che fece gridare al miracolo: il primo giorno recuperarono duecento pezzi, nel seguente ne riaffiorarono altri centocinquanta; al termine dell'operazione Beni aveva raccolto oltre seicento oggetti fra statuette raffiguranti figure umane o animali, e inoltre pezzi di frecce, di aste, di coltelli, e anche catene, fibule, monete di epoche che vanno dal VII fino al III secolo a.C.
Purtroppo l'epilogo di quella straordinaria operazione di recupero non fu altrettanto fortunato, perché quando il Beni si rivolse al direttore delle Regie Gallerie di Firenze per cedergli il patrimonio, questi rispose di non essere interessato a quell'"anticaglia" e anzi lo autorizzò a mettere gli oggetti in vendita. Con la conseguenza che oggi quell'immenso tesoro archeologico e storico è disseminato in vari musei esteri e in collezioni private.

A questo punto resta da conoscere il perché di tanti oggetti riuniti, nel corso dei secoli, in quella isolata e sperduta località dell'Appennino tosco-emiliano.
In mancanza di prove o di documenti, si può fare affidamento su alcune ipotesi. La più fondata è che si trattasse di un luogo sacro e che i transumanti che conducevano le loro mandrie nei periodici spostamenti si affidassero in questo modo alla benevolenza degli dei, chiedendo un fortunato viaggio in quelle impervie contrade. Un'altra ipotesi è che le acque del lago avessero proprietà terapeutiche e che quegli oggetti non fossero altro che ex-voto lasciati sul posto da persone che avevano ritrovato la salute in quelle stesse acque.