Scritto da Miriam Serni Casalini |    Ottobre 1999    |    Pag.

La bottega del carbonaio
Se chiedessi a un giovane cos'è una "cecia" o un "veggiolo", un "prete" o un "trabiccolo", mi guarderebbe sicuramente a bocca aperta, certo della mia demenza senile. Se gli chiedessi invece cos'è un carbonaio sono sicura che lo saprebbe anche se, con molta probabilità, una bottega di carbonaio non l'ha nemmeno mai vista.
Eppure ce n'erano tante sparse per le città e i paesi, rivendite di merci di prima necessità al pari del pane. Oggi non ci sono più, non servono più. La carbonella per il barbecue si compra in sacchetti asettici al supermercato.
C'era una bottega di carbonaio vicino a casa mia, in Corso dei Tintori a Firenze, di proprietà del sor Ezio Marchetti.
La nonna mi ci mandava a ordinare brace e carbone. A quei tempi era quello il combustibile per cucinare, scaldare l'acqua per lavare i panni in conca e per lavarsi in catinella, per assettare il veggiolo e la cecia, povero riscaldamento centralizzato fra le mani e le gambe a procurar geloni, o, appeso al prete e al trabiccolo, per stiepidire il gelido letto invernale.
La bottega Marchetti. Non un fondo piccolo e nero, come d'uso, ma immenso e nero. Fornitissimo. Coke e lignite per il riscaldamento delle case dei ricchi, carbone di legna, brace, polverino, legna da ardere per i camini, pine e fascinotti per l'avvio, e tanta segatura.
Era, per me bambina, un antro strano e misterioso. Rumoroso per lo stridere di una sega elettrica che tagliava rami di quercia in continuazione. Doveva anche render bene quel commercio. Il sor Ezio aveva alle dipendenze diversi garzoni, neri come lui, con balle in testa messe a mo' di cappuccio, non per ripararsi dalla fuliggine, cosa impossibile, ma per non scorticarsi le spalle con ceste e sacchi.
Faceva le consegne un garzone, non so se giovane o vecchio, piccolino di statura, ricciuto come un abissino. "Icce", si chiamava. Soprannome derivato dal suo non saper pronunziare la parola "cinque" e non quella sola. Un disabile, si direbbe oggi. Di "Icce" noi ragazzi non avevamo paura, anche se era nero come l'uomo nero. Aveva l'aria di un bimbo innocente, che i grandi occhi azzurri accentuavano.
La moglie del sor Ezio, la sora Angiolina, se ne stava tutta bianca, aureolata di candide chiome, nella gabbiola vetrata a destra dell'ingresso. Prendeva nota degli ordini e riscuoteva, segnando tutto sulla "vacchetta", un registro lungo e stretto robustamente rilegato con le bordure di panno verde e la penna a cannuccia col pennino a foglia intinto nel calamaio d'inchiostro sbiadito, asciugato poi con uno spolverino di fine sabbia.
Com'era diafana la sora Angiolina, e distinta. Ostentava un occhialino d'oro, "l'orniet", legato a una lunga catena, anch'essa d'oro, appesa al collo.
Mi chiedevo da bambina, e ancora mi chiedo, come fosse possibile quell'unione. Il sor Ezio tutto nero, la sora Angiolina come d'avorio.
Venere e Vulcano? Mistero.