Lingua e cultura costituiscono l’identità di un popolo, ma in Italia la strada è ancora lunga

Scritto da Claudio Marazzini |    Novembre 2018    |    Pag. 3

Presidente Accademia della Crusca

 Claudio Marazzini presidente dell'Accademia della Crusca

Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca

Il punto

Che cosa più della lingua può rappresentare l’identità di un popolo e di conseguenza di una nazione? La domanda è retorica, perché una lingua comune è il principio fondante di una comunità che possa definirsi davvero tale. Per noi che viviamo nel Bel Paese, l’italiano dovrebbe essere segno di identificazione e unione, ma la relazione degli italiani con la loro lingua è stata sin dall’inizio piuttosto difficile. I tanti dialetti, così diversi da regione a regione, da provincia a provincia, e talvolta da paese a paese, hanno ritardato per lungo tempo l’adesione a una lingua comune. In linea di massima, si può dire (Tullio De Mauro lo ripeteva spesso) che oggi gli italiani parlano la loro lingua meglio rispetto al passato. Però il possesso della lingua è reso fragile dall’analfabetismo di ritorno, dalla scarsa densità della cultura, dalle differenze geografiche e sociali. Naturalmente i difetti si colgono meglio nella scrittura che nell’oralità; ma anche in questa persistono. Proprio prima di scrivere queste poche righe, ho ascoltato una trasmissione televisiva in cui un esperto di auto elettriche parlava del livello “tennico” (pronunciava così, al posto di “tecnico”, con assimilazione settentrionale; è una tipica pronuncia locale, semicolta), e confondeva la “durevolezza” con la “durata”. Si parla italiano, sì, ma non di rado è una sorta di italianuccio da strapazzo. La cause sono tante, a partire dal fatto che in Italia si legge poco, troppo poco. La lettura è diffusa là dove vi è un livello minimo di cultura. Altrimenti Internet e la televisione sono sufficienti al consumo intellettuale di chi non è abituato a riflettere e si accontenta del chiacchiericcio e dei dibattiti chiassosi e inconcludenti. Ancora una volta, non riesco a pensare agli italiani senza ricordare che la classifica di una ricerca Ocse del 2013, fra i Paesi europei, Giappone e Stati Uniti, li colloca all’ultimo posto per la “literacy”, cioè la capacità di intendere un testo scritto. In queste condizioni, non è facile pensare che possano dedicarsi alla lettura. Ma questa non è l’unica ragione per la quale la nostra lingua risulta ancora ostica per tanti. Si ritorna al fatto che quel processo di unificazione culturale popolare (le classi egemoni vi erano giunte prima, per via letteraria) iniziato dopo il 1861 non si è mai veramente concluso. Qualche mese fa, ho avuto occasione di commentare, nella rubrica “Tema del mese” della Crusca, l’intervento di un avvocato cassazionista che spiegava una verità in cui aveva, ahimè, cieca fiducia: era convinto che i Piemontesi, con l’Unità d’Italia, avessero imposto l’italiano nel Regno delle Due Sicilie, in cui la vera lingua era stata fino ad allora il napoletano. Riteneva inoltre che il “napoletano” fosse nato a Pompei e fosse la lingua usata dai poeti di Sicilia alla corte di Federico II di Svevia. Il mio intervento per contestare questa collezione di stupidaggini destò molte polemiche dalle quali appariva chiaramente quale fosse il pericoloso livello di campanilismo antistorico in certe regioni italiane. Certamente si nasce italiani, ma occorre leggere e studiare, per diventare italiani migliori.