Dalla proclamazione dell’armistizio ai lager: la triste storia dei militari italiani dopo l’8 settembre

Scritto da Bruno Santini |    Aprile 2016    |    Pag. 6,7

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

Immagine dal Museo degli internati, Roma - Foto Archivio V. Vialli

25 Aprile

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

8 settembre 1943. Alle 19.42, al microfono dell’Eiar, il maresciallo Badoglio, capo del governo, annuncia agli italiani l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, firmato con gli anglo-americani cinque giorni prima.

La fuga dalla Capitale dei vertici militari e la scarsa comprensione delle clausole dell’armistizio (che molti intesero come vera e propria fine della guerra) generarono ulteriore confusione nelle nostre forze armate, ancora impegnate in vari fronti e lasciate allo sbando e senza ordini precisi.

Proprio qui comincia una dolorosa pagina della nostra storia, quella degli Imi, Internati militari italiani, drammatica quanto sconosciuta ai più. A raccontarcela è Anna Maria Casavola, ricercatrice presso il Museo storico della Liberazione di Roma.

Cosa accadde di preciso ai nostri soldati, dopo la proclamazione dell’armistizio? «Furono disarmati, catturati e deportati; ma prima gli fu proposta l’opzione di continuare la guerra a fianco dei tedeschi.

La sera dell’8 settembre 1943, il generale Kesselring aveva detto: “Il governo italiano ha commesso il più infame dei tradimenti. Le truppe italiane dovranno essere invitate a proseguire la lotta al nostro fianco… altrimenti non vi è clemenza per i traditori”.

Ma l’adesione fu minima: secondo recenti studi, non andò oltre il 10%; per lo storico tedesco Gerhard Schreiber, i militari italiani deportati furono oltre 700.000, dei quali circa 320.000 quelli fatti prigionieri in Italia.

«Quelli catturati fuori d’Italia - precisa la Casavola - furono anche illusi dalle menzogne dei tedeschi che promisero loro il rimpatrio, una volta cedute le armi. Invece, dopo l’operazione del disarmo, si procedette all’immediata separazione degli ufficiali dai sottufficiali e dalla truppa per spezzare i vincoli gerarchici, evitare possibili influenze, ma soprattutto per ragioni logistiche e di immediata utilizzazione della forza lavoro. La massa degli ufficiali, che prevedibilmente non sarebbe stata impiegata per il lavoro, come sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1929, venne smistata verso la Polonia, mentre la massa dei sottufficiali e delle truppe fu avviata in prevalenza in territorio tedesco, in campi vicini a centri industriali».

«Gli italiani, considerati ‘prigionieri di guerra’ da una direttiva del 15 settembre del Comando supremo della Wehrmacht - continua Anna Maria Casavola - appena cinque giorni dopo, furono declassati a ‘internati’, denominazione escogitata da Hitler, dopo la liberazione di Mussolini e la nascita della Rsi (Repubblica sociale italiana). Questo proprio per rimediare alla contraddizione per cui la Germania deteneva come prigionieri di guerra i cittadini di una nazione formalmente ancora alleata. Ma ciò li poneva in una condizione assai più svantaggiosa, privi della tutela della Cri e di ogni altra organizzazione umanitaria, nonché di quella della nazione di appartenenza».

Quali erano le condizioni di vita degli ‘internati militari’?

«Gli italiani furono trattati peggio di tutti gli altri prigionieri. Alla partenza, in molte occasioni, vennero derubati dai tedeschi degli oggetti personali e furono costretti a raggiungere la Germania anche con mezzi inadatti al trasferimento delle truppe. All’arrivo nel lager di destinazione, cominciava la spersonalizzazione: l’immatricolazione, la fotografia con un cartello al collo, la consegna della piastrina con il numero del prigioniero, l’indicazione del lager... e poi gli estenuanti appelli per ore e ore in piedi sugli attenti, all’addiaccio con qualunque tempo, le umilianti disinfestazioni, le perquisizioni improvvise e vessatorie anche di notte, i continui trasferimenti da un campo all’altro, in marce forzate a piedi o in vagoni piombati. Durante le incursioni aeree nemiche, agli italiani era addirittura vietato entrare nei rifugi. E infine, più di tutto, la fame. La sottoalimentazione, o per meglio dire “l’affamamento” programmato, fu una scelta politica dei nazisti per spezzare la resistenza degli italiani e la loro volontà di opporsi a ogni forma di collaborazione».

Perché in seguito ci fu un ulteriore cambiamento di status?

«L’accordo per la riduzione degli ‘internati’ a ‘lavoratori civili’ fu perfezionato, fra Hitler e Mussolini, il 20 luglio del 1944, proprio il giorno del fallito attentato al Führer. Fu sollecitato dalla dirigenza della Rsi ma anche da Sauckel, il ministro responsabile del reclutamento della forza lavoro in Germania, il quale sottolineò la spreco di energie rappresentato dagli ‘internati’, le cui condizioni di vita ostacolavano un pieno sfruttamento delle loro capacità lavorative. Questo però non significò per tutti un miglioramento delle condizioni di vita e per molti, anzi, fu l’inganno usato per etichettarli in modo diverso».

Info: www.anei.it


L’intervistata
Annamaria Casavola, ricercatrice presso il Museo storico della liberazione di Roma, direttore responsabile del bollettino dell’Associazione nazionale ex internati

A Pontassieve

Si è svolto l’incontro con ex internati militari in Germania per la presentazione del libro di Elio Materassi, Quarantaquattro mesi di vita militare – Diario di guerra e di prigionia, pubblicato a cura del Consiglio regionale della Toscana.

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