La fantesca dei poveri, santa a furor di popolo

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 2016    |    Pag. 41

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Lucca

Secondo alcune cronache dell’epoca, Zita era nata nel 1218 a Monsagrati nella diocesi di Lucca, da una famiglia di contadini. Intorno ai dodici anni entrò come domestica nella villa della facoltosa famiglia lucchese dei Fatinelli e là rimase per tutta la vita.

Una vita che si srotolò sui binari di due grandi amori: quello per Gesù Cristo e quello per i poveri della città. Forse non ci sarebbe nient’altro da aggiungere, la sua biografia potrebbe finire qui, all’insegna di un’esistenza anonima, modesta, scialba.

Se non fosse per quel miracolo – forse l’unico nella sua esistenza durata esattamente sessant’anni – che cambiò ogni prospettiva a suo riguardo e la rese conosciuta in città e oltre.

Divenne così famosa che, appena pochi decenni dopo la sua dipartita, avvenuta il 27 aprile del 1278, Dante Alighieri la citò nella sua Commedia. E ne parlò con parole tali da non lasciare alcun dubbio sul fatto che fosse diventata, nel breve volgere di alcuni anni, il simbolo della città: “… ecco un de li anzian di santa Zita!” (Inferno, XXI, 38) con riferimento, in questo endecasillabo, ai magistrati lucchesi la cui provenienza poteva essere identificata con il nome di quella donna che Dante chiama santa anche se santa ufficialmente non lo era ancora. La sua canonizzazione avvenne infatti nel 1696 su iniziativa di papa Innocenzo XII.

Ma cosa aveva compiuto di così eclatante la pia donna per meritare l’immortalità nelle pagine dantesche, il privilegio di venire eletta, coram populo, patrona della città (un patronato che però, nel cuore della popolazione lucchese, deve dividere con l’altrettanto famoso e venerato Volto Santo e con San Paolino) e infine l’onore di entrare a far parte dell’elenco dei santi italiani?

La tradizione narra che Zita (un nome singolare questo: alcuni studiosi di onomastica suggeriscono che si tratti in realtà di un vezzeggiativo come “cita” o “citta” e, per estensione, “zitella”) in realtà pensasse più ai poveri che a sbrigare le faccende di casa che i suoi datori di lavoro le comandavano. E infatti si suppone che ogni tanto saccheggiasse le cibarie della cucina dei Fatinelli per distribuirle ai bisognosi che incontrava per strada.

Sull’epilogo della vicenda esistono più versioni: chi dice che sia stata un’altra fantesca, gelosa della bontà di Zita, ad avvertire il capofamiglia dei vuoti che spesso si verificavano nella dispensa, chi invece sostiene che sia stato il padrone stesso ad accorgersi dei piccoli furtarelli compiuti comunque a scopo benefico.

Resta il fatto che un giorno il Fatinelli incrociò Zita che, lesta lesta, andava verso il portone di casa con i lembi della sopravveste tirati su come se il grembiule contenesse qualcosa di voluminoso. Il padrone le chiese cosa avesse in grembo e lei, con tutta naturalezza, rispose “fiori e fronde”. Alla richiesta del Fatinelli di vederci più chiaro, Zita aprì il grembiule e, invece di pani e focacce, ne uscirono davvero fiori e fronde.

L’eco di questo episodio fece in breve il giro della città e la pia donna divenne il simbolo della generosità, della carità e della misericordia di un’intera città. E quando morì, la popolazione volle che il suo corpo venisse conservato, imbalsamato, in una cappella della chiesa di San Frediano – dove si trova tuttora – e le venissero tributate grandi onoranze.

Venendo a tempi più recenti, si ha notizia che nel 1846 fu innalzato un oratorio nel punto dove si trovava la casa dei suoi genitori, e tradizione vuole che il tempietto sia stato costruito utilizzando le medesime pietre della duecentesca abitazione deve era nata. Intorno alla metà del secolo scorso, papa Pio XII la elesse patrona delle domestiche, delle casalinghe e dei fornai.

Attualmente sono molteplici le iniziative laiche e religiose volte a perpetuare la sua memoria e il suo culto: nell’intera settimana che ruota intorno al giorno 27, in alcune piazze di Lucca si allestiscono grandi infiorate in armonia con il carattere del suo miracolo, mentre a Monsagrati, la sera e la notte della vigilia, si accendono grandi falò nei campi e, il pomeriggio seguente, si snoda per le strade del paese una solenne processione.

Nella chiesa di San Frediano, contemporaneamente, si provvede a esporre il suo corpo incontaminato, che da molto tempo ormai è considerato come il simbolo e il miglior rappresentante della proverbiale religiosità lucchese.

Info: Ufficio turistico: tel. 05834422

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