Nella valle solcata dall’impetuoso torrente tre piccoli borghi dal fascino antico, tra storia e leggenda

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Gennaio 2009    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Lucchio, Limano e Vico, tre paesi che non valgono un fico”. Così recita un antico detto coniato certamente dagli abitanti dei borghi vicini, in quella sorta di acceso campanilismo che da sempre contraddistingue la gente di Toscana. Ma basta poco per ricredersi sulla veridicità di quella frase e per crearne un’altra di tutt’altro tono. “Lucchio, Vico e Limano, tre paesi dal fascino arcano”. Perché arrampicarsi su quelle aspre e boscose pendici che fanno da cornice all’impetuoso scorrere – laggiù in fondo – del torrente Lima (nel comune di Bagni di Lucca) significa addentrarsi in un territorio speciale, nel cuore dell’Appennino più remoto e segreto e dunque più affascinante.

 

Lucchio: l’inespugnabile

Per arrivare a Lucchio, proveniendo da San Marcello Pistoiese, occorre salire per alcuni chilometri lungo una strada, stretta e tortuosa, che arriva fino ai 700 metri dove sorgeva il castello, la cui origine si fa risalire alla contessa Matilde di Canossa. Adesso le vestigia del fortilizio sono scarse perché quando perse la sua importanza strategica come avamposto lucchese al confine con il territorio di Pistoia, le sue mura vennero smantellate e le pietre impiegate per costruire le case sottostanti. Quel che rimane oggi dell’arcigno fortilizio è esiguo ma sufficiente a dimostrare quanto fosse inespugnabile, arroccato lassù, sul cocuzzolo di una collina a strapiombo sulla valle della Lima. E se i resti del castello sembrano quasi sgorgare dalla viva roccia, il paese che gli sta sotto – le case sono costruite una sopra all’altra lungo una parete quasi verticale – appare come una visione irreale, quasi da favola. Sensazioni che trovano puntuale conferma una volta inoltrati negli stretti vicoli che formano una specie di ragnatela su e giù per il semideserto paese. E di favola si può parlare quando si viene a sapere che le massaie di Lucchio dovevano appendere un sacchetto alla coda delle loro galline per evitare che le uova rotolassero a fondovalle.

Ancora alla categoria del favoloso o del leggendario appartiene l’eroico episodio vissuto da due ragazze durante una delle tante guerre combattute su queste montagne nel XV secolo. I fatti, narrati dall’annalista lucchese Bartolomeo Beverini, sarebbero andati così: Anastasia e Lucia erano venute a conoscenza che il comandante del castello di Lucchio si era messo segretamente d’accordo con le milizie fiorentine per farle entrare nottetempo nel fortilizio. Per evitare che quel tradimento si compisse, le due ragazze escogitarono un tranello che non fallisce mai, quello della seduzione. E, come riferisce Emanuele Repetti, “…fingendo di amoreggiare con quel militare, poterono facilmente adescarlo in luogo segregato; e costà, legatolo d’altri lacci fuor che quelli d’amore, chiamarono aiuto manifestando al popolo la cagione del loro inganno”. Il Senato lucchese, riconoscente per quel nobile gesto, premiò le due fanciulle con “…lode e dote del pubblico tesoro”.

Adesso Lucchio appare abbandonato: le oltre 500 persone che lo abitavano a fine Ottocento sono ridotte a 52, praticamente un esiguo numero di famiglie fra i componenti delle quali è difficile scorgere un giovane.

Limano: la silenziosa

Lo stesso discorso vale per un paese vicino, sul versante destro del torrente Lima, arroccato su una collina, anch’esso ai piedi di un non più esistente castello appartenuto, al pari di quello di Lucchio, all’onnipresente contessa Matilde. Anche Limano, un tempo borgo di una certa rilevanza - è arrivato a contare oltre 700 abitanti – ora ridotti ad un centinaio sì e no. Anche Limano, come molti paesi di questo territorio, appare al visitatore come un silenzioso centro abitato, circondato di boschi secolari e premiato da panorami ad ampio raggio. Aggirarsi per i suoi vicoli deserti può regalare sensazioni di pace e di tranquillità, e una sosta magari prolungata nell’unica piazzetta sulla quale si affaccia una fontana in forma di tabernacolo, tutta in pietra serena, e una deliziosa cappellina, può davvero costituire un’esperienza difficilmente ripetibile.

 

Vico: la misteriosa

Ci aspetta adesso la visita all’ultimo dei tre paesi che, nel giudizio di alcuni, sarebbero trascurabili. Ma arrampicatevi fino a Vico Pancellorum e capirete quanto ci sia invece di avvincente e di enigmatico in questa remota contrada. Il nome stesso – Vico Pancellorum – suscita curiosità e ha impegnato non pochi studiosi di ogni epoca nel tentativo – per ora infruttuoso – di determinare la corretta etimologia. Un’ipotesi potrebbe essere che quel “pancellorum” si riferisca al nome di una famiglia che qui avrebbe avuto la signoria, ma non si esclude che possa significare “cibo degli angeli”.

Poi c’è la chiesa. Un imponente edificio a pianta basilicale del quale si ha una prima notizia nell’anno 873 e sulla cui facciata esterna sono inserite, in bassorilievo, alcune figure simboliche sul cui significato ancora ci si arrovella. Il portale è sormontato da un architrave in pietra scandita da cinque immagini che, almeno apparentemente, non hanno alcun nesso una con l’altra. La prima da sinistra rappresenta il Cristo crocifisso, la seconda è un albero con rami e foglie molto elaborati, la terza rappresenta un uomo con una spada in mano, poi è incisa una scacchiera i cui tasselli bianchi e neri sono determinati dalla maggiore o minore profondità di incisione, infine vi è l’immagine della Madonna con in braccio il bambino.

Quattro figure sono tuttora perfettamente visibili, mentre quella che rappresenta il soldato è stata scalpellata via. Una prima domanda potrebbe essere proprio questa: perché e quando si è cercato di cancellare quell’immagine? Comunque l’elemento più intrigante è certo la scacchiera, con tutte le sue implicazioni allegoriche. Quel quadrato, a sua volta suddiviso in 64 piccoli quadratini bicromi, riporta inevitabilmente al concetto di dualismo, di positivo e negativo, di bene e male, di maschile e femminile; e ancora, l’eterna lotta fra la luce e il buio, il giorno e la notte e, in ultima analisi, fra la vita e la morte. Anche il campanile può suscitare qualche perplessità, con quella merlatura ghibellina a far pensare che il suo scopo originario fosse quello di torre di avvistamento e di difesa piuttosto che a semplice uso liturgico. La chiesa dedicata a San Paolo apostolo è purtroppo difficilmente visitabile per la mancanza del parroco, che però risiede a pochi chilometri di distanza, nella canonica di un’altra chiesa di grande interesse storico e artistico.

 

La pieve

Il bianco e nero

Anche San Cassiano di Controne è un paesino dell’alta Val di Lima con le medesime caratteristiche degli altri descritti; con in più un’autentica gemma costituita da quella chiesa i cui primi documenti la farebbero risalire all’anno 722, cioè in epoca longobarda. Basta e ne avanza per rimanere estasiati da quella facciata costruita con la particolare pietra bianca chiamata “sassovivo” che contrasta vivacemente con il campanile, incastrato con prepotenza nella facciata stessa, e costruito con il “sassomorto”, una pietra scura. L’interno mantiene tutte le promesse, con il pavimento originale a tarsie di marmo a formare figure geometriche. Imperdibile è il gruppo ligneo di San Martino a cavallo, attribuito a Jacopo della Quercia. La scultura è stata ritrovata esattamente cento anni fa in una legnaia, dove era stata gettata in attesa di bruciare in qualche caminetto.

 

Molto praticato è lo sport della pesca alle trote nel torrente Lima, che ospita anche attività di rafting.

Info: associazione Lucchio Ambiente, tel. 3388794351, http://digilander.iol.it/lucchio

 


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