Intervista allo scienziato, padre della neurobiologia vegetale

Scritto da Cecilia Morandi |    Ottobre 2018    |    Pag. 10, 11

Da bambina voleva fare la giornalista, dopo la laurea in lettere a indirizzo storico, il sogno si avvera.

Giornalista professionista, spazia dalla televisione alla carta stampata, dalla produzione di documentari alla cura editoriale.

Collabora con emittenti locali (Rtv38) e nazionali (Tmc2-Videomusic, Raiuno, La7), occupandosi per programmi televisivi di argomenti vari, dall'attualità alla moda, dai viaggi all'alimentazione.

Docente a contratto dell'Università di Firenze, dall'anno accademico 2012-13 insegna agli studenti del Laboratorio di televisione e media digitali del corso di laurea magistrale in Teorie della comunicazione.

Mondo verde

«Le piante hanno già inventato il nostro futuro». Parole di Stefano Mancuso, docente all’Università di Firenze e uno dei più apprezzati studiosi a livello internazionale, ma anche un eccezionale divulgatore, incluso dal “New Yorker” tra i “world changers”, coloro cioè che sono destinati a cambiarci la vita.

Davvero in futuro dovremmo prendere spunto dalle piante?

«Il mondo vegetale nella sua evoluzione ha impiegato 500 milioni di anni per risolvere problemi che interessano anche noi uomini. Le soluzioni che hanno trovato le piante sono diverse da quelle che abbiamo elaborato noi animali e spesso più vantaggiose».

In che senso?

«Nel senso che noi non pensiamo che la stragrande maggioranza della vita sul pianeta - le piante rappresentano il 98% di quello che è vivo -, utilizza soluzioni diverse, più economiche: dalla produzione di energia alla costruzione di nuovi materiali».

Qualche esempio

«La fotosintesi è un sistema incredibile di produzione di energia che noi non siamo in grado di replicare. Se riuscissimo a farlo avremmo un sistema di generazione di energia pulitissima che utilizza la luce solare e, invece di emettere anidride carbonica, la sfrutta. L’energia proveniente da un modello tipo fotosintesi potrebbe tranquillamente mandare avanti un razzo o un supermercato. Da questo punto di vista direi che le piante sono le maestre da studiare ed è paradossale che non si investano risorse in questo tipo di ricerca». 

Anche per quanto riguarda la produzione di materiali, le piante hanno qualcosa da insegnarci.

«I materiali delle piante riescono a produrre dei movimenti, senza consumare alcuna energia interna, ma basandosi sulle differenze di temperatura, di umidità o di luce dell’ambiente. Alcuni materiali sono stati studiati e replicati secondo questi principi, con grandissimi risultati. Ce ne sono moltissimi altri su cui potremmo lavorare».

Il mondo vegetale vive in rete. Cosa significa?

«Le piante non sono organismi gerarchici in cui c’è un capo che prende le decisioni e qualcuno che agisce, come avviene con il cervello che comanda le nostre azioni. Nella nostra società abbiamo costruito tutto secondo questo disegno, che ricorda il corpo animale. Il mondo vegetale è organizzato secondo un modello diffuso, più simile a una cooperativa, con enormi vantaggi. Quali? Innanzitutto una maggiore robustezza. In un qualsiasi modello gerarchico basta che il capo venga a mancare perché l’organizzazione crolli, inoltre c’è un’enorme distanza dal luogo dove vengono prese le decisioni a quello dove le decisioni vengono attuate. Nelle piante invece le decisioni sono prese lì dove il problema accade. È una rete di reti che permette di far funzionare quest’organizzazione al meglio». 

Noi viviamo a ritmi velocissimi, le piante invece al contrario non hanno fretta…

«È vero che i tempi delle piante sono molto diversi dai nostri. Ciò non toglie che le loro soluzioni possano tranquillamente coesistere con i nostri tempi. Molte delle cose che sono concepite come nuove e contemporanee, tipo wikipedia o i bitcoin, sono ispirati al modello di rete delle piante e si adattano perfettamente alle esigenze dei ritmi attuali così frenetici. Un altro esempio: ispirandosi ai materiali delle piante è stato realizzato un tipo di veneziane che sulla base della luce si aprono e si chiudono senza alcun dispendio di energia. Anche questa è una soluzione modernissima che ad esempio porterebbe enormi risparmi se applicata a un grattacielo». 

The Florence experiment nei mesi scorsi a Palazzo Strozzi ha coniugato arte contemporanea e ricerca scientifica. Come è andata?

I visitatori sono stati più di 60.000, un numero eccezionale per l’arte contemporanea, una delle mostre italiane più viste la scorsa estate. Sotto l’aspetto scientifico abbiamo potuto registrare cosa accadeva alle piante di fagiolo tenute in mano dalle persone quando scendevano attraverso degli scivoli, arrivando alla dimostrazione che le nostre emozioni sono uno stress per lo sviluppo delle piante. Ma lo scopo più importante era far capire alle persone che sono organismi sensibili e attivi quanto gli animali. E infatti moltissime persone si sono voluti portare il fagiolino a casa, mi hanno scritto per conoscere i risultati della ricerca; insomma è nata una nuova consapevolezza che le piante sono organismi più sofisticati di quanto si creda».

In alcune parti del mondo assistiamo a una deforestazione selvaggia, altrove - anche in Toscana - a un aumento delle superfici boschive: siamo in equilibrio?

Assolutamente no, ogni anno viene tirata giù una parte di foresta amazzonica più o meno grande quanto l’Inghilterra. Questo è un crimine contro l’umanità. Nei luoghi dove invece assistiamo a un aumento delle superfici verdi, si tratta di un incremento di territori incolti che per ristrutturarsi come bosco necessiteranno di tanti anni e comunque non compensano quanto viene deforestato. Se continuiamo così, andremo incontro in pochissimo tempo a un cambiamento climatico ancora più forte di quanto previsto».

 

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