Il dramma del femminicidio attraverso interviste ad operatori professionali e racconti di autori toscani

Scritto da Rossana De Caro |    Marzo 2014    |    Pag. 6

Laureata in Lettere all'Ateneo fiorentino, ha lavorato per molti anni come giornalista in emittenti televisive e radio locali, realizzando programmi di costume e società. Ha collaborato inoltre con La Nazione per la cronaca di Firenze e gli spettacoli. 

Dal 1998 scrive articoli per l'Informatore. Si occupa anche di uffici stampa per la promozione di eventi a Firenze e in Toscana.

Ha pubblicato il libro 'Ardengo Soffici critico d'arte'. 

Dal 2009 al 2015, sempre come collaborazione esterna, è stata coordinatrice redazionale dell'Informatore.

Il tacco spezzato, come le vite di quelle donne che drammaticamente sono state recise, violate, abusate.

Un libro di denuncia, di informazione e di letteratura  su un tema scabroso e attuale: la violenza sulle donne. Edito da Edizioni Atelier, nato da un’idea di Susanna Daniele, scrittrice e giornalista pistoiese, raccoglie sei racconti di autori toscani, 3 uomini e altrettante donne, (“al fine di evidenziare punti di vista differenti tra uomo e donna nel percepire tale problematica”), incentrati sul tema delle violenze alle donne, e 6 interviste, a cura della stessa Daniele, ad operatori professionali che si occupano di questo sul territorio regionale, in particolare nella Provincia di Pistoia.

Insomma da una parte la narrazione di fantasia, dall’altra la realtà. Il libro uscito a febbraio vuol essere “uno stimolo alla riflessione e un invito a progredire su una strada impervia e piena di ostacoli verso la soluzione del problema”, scrive Mauro Banchini nella sua prefazione.

Come è nata l’idea di questo libro?

«L’idea è nata dalle confidenze che ho ricevuto da una donna che mi ha parlato delle violenze psicologiche e sessuali che aveva subito da un compagno. La cosa mi ha talmente angosciato che ho iniziato a interessarmi al fenomeno; è stato come un richiamo interiore.

Ho letto il libro di Michela Murgia e Loredana Lipperini (L’ho uccisa perché l’amavo), dove si analizza il femminicidio come viene raccontato in modo spesso sbagliato dalla stampa, ho visto lo spettacolo di Serena Dandini dedicato alle vittime, mi sono informata sui centri antiviolenza che accolgono le donne che vivono questo dramma. Così ho pensato di unire una parte letteraria a una più squisitamente giornalistica».

Cosa è emerso dalle sue interviste?

«Gli intervistati sono persone che professionalmente trattano situazioni che riguardano questo dramma che viene quindi affrontato sotto ottiche diverse. Ho parlato con un operatore e una direttrice dei centri antiviolenza, con uno psicologo, un avvocato, un magistrato, una giornalista: ne viene fuori una sfaccettatura professionale del fenomeno.

Ad esempio parlando con Mario De Maglie, operatore del Centro uomini maltrattanti di Firenze, il primo in Italia a interessarsi delle problematiche connesse a uomini che maltrattano le donne, è emerso che al centro vanno soggetti di tutte le estrazioni sociali e di tutte le età: il più giovane ha 17 anni e il più vecchio 67. Seguono un percorso, con psicologi e psichiatri, volontariamente; e spesso il loro comportamento violento è stato appreso nella famiglia di origine».

Da un punto di vista sociale ci sono fasce più soggette alla violenza in ambito familiare? Cosa risulta dalla sua ricerca?

«No, il fenomeno riguarda tutte le fasce sociali, anche quelle medio-alte; spesso sono donne che avevano un lavoro che sono state costrette ad abbandonare; perdere l’autonomia economica è il primo passo per perdere l’autostima e l’autodeterminazione».

Nel libro c’è scritto che nella nostra regione dal 2009 al 2012 sono più di 5000 le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza. Un numero ancora relativamente basso, anche se in crescita. Cosa rende secondo lei le donne restie a denunciare il loro persecutore?

«Indubbiamente la paura di eventuali ritorsioni e il disagio che una donna prova nel narrare ad altri le violenze fisiche e psicologiche, spesso subite da persone che riteneva intime, sono spesso ostacoli insormontabili.

C’è ancora molto da lavorare sul piano della comunicazione, per una informazione migliore: spesso i titoli gridati e l’attenzione sull’omicida o sul violento rendono le donne vittime una seconda volta. Soprattutto c’è bisogno di finanziamenti per le strutture di accoglienza delle donne maltrattate».

Quali strumenti andrebbero incrementati per aiutare queste donne?

«Serve l’azione dei servizi sociali, dei centri e degli sportelli antiviolenza, strutture che si prendono cura delle vittime, e le proteggono nel loro difficile percorso verso la denuncia».

Sul territorio di Pistoia a chi possono rivolgersi le donne vittime di persecuzioni?

Esiste l’associazione 365 giorni al femminile, nata nel 2004, che copre un po’ tutto il territorio della provincia; a Pistoia c’è lo sportello Aiuto donna, e a Montecatini il Centro LibereTutte. Nella provincia di Pistoia le donne che si sono rivolte a queste strutture fra il 2011 e il 2012 sono state 130.  

Molte cose sono state fatte, molte se ne devono ancora fare, ma da dove si deve partire per prevenire un certo tipo di cultura che vede le donne vittime predestinate?

«Sicuramente dalla famiglia e dalla scuola, con una sorta di educazione che potremmo definire “sentimentale”. Vige ancora infatti un modello culturale maschilista, a partire da sport come il calcio, dove fin da bambini si insegna a sopraffare l’avversario con maniere forti.

L’educazione deve partire dalla famiglia e dai banchi di scuola, dove si deve insegnare il rispetto delle idee e della diversità e la parità dei generi. C’è la necessità di un cambiamento culturale ed educativo».

Nella foto in alto l'intervistata, Susanna Daniele, scrittrice e giornalista


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