Allo studio delfini e altri mammiferi marini per monitorare lo stato di salute del mare in Toscana

Scritto da Andrea Marchetti |    Giugno 2013    |    Pag. 11

Dopo gli studi giuridici, si è occupato di ambiente ed energie rinnovabili: scrive per www.greenme.it, www.greenews.info e per alcune riviste del Gruppo Tecniche Nuove S.p.A. Collabora, inoltre, con la redazione di Pontedera (Pisa) de La Nazione e, dal 2010, con l'Informatore. Ha frequentato il Master in "Scrittura e Storytelling" della Scuola Holden di Alessandro Baricco e oltre a scrivere per i giornali si cimenta come sceneggiatore per cinema e fumetti.      

Dall’osservazione dei cetacei è possibile trarre utili indicazioni sullo stato di salute dell’ambiente marino. A gennaio a Livorno, presso la Fondazione Lem (Livornoeuro mediterranea), sono stati presentati i risultati di 6 mesi di monitoraggio ambientale nell’area marina del Santuario Pelagos, il santuario dei cetacei, ovvero uno spazio di mare compreso tra le coste francesi, liguri, corse e sarde, con epicentro nell’Arcipelago Toscano.

Un monitoraggio che è stato reso possibile grazie al progetto “Go Green Mare 2012”, finanziato dalla Regione Toscana, condotto da Università di Siena, Università di Genova, associazione Cetus di Viareggio e Istituto Tethys di Milano, soggetti da anni attivi nella ricerca e conservazione dell’ambiente marino, con particolare attenzione ai mammiferi marini presenti nelle acque del Santuario Pelagos.

Al bando hanno partecipato anche i comuni dell’Arcipelago Toscano ed i comuni costieri di San Vincenzo e Rosignano Marittimo. Nell’arco di 6 mesi, nelle acque dell’Arcipelago Toscano sono stati fatti 33 avvistamenti di tursiope, i delfini costieri che frequentano zone più antropizzate, e 17 di stenella striata che, invece, vive prevalentemente in acque pelagiche.

Monitoraggio

Le aree primariamente coinvolte dalle campagne di monitoraggio degli animali sono state quelle della zona sud della Toscana, tra l’Isola d’Elba e l’Isola di Giannutri, entro il vertice sud del Santuario Pelagos, denominato Fosso Chiarone. Sono stati analizzati i dati derivati dalla raccolta di campioni di epidermide su esemplari spiaggiati, ma anche su esemplari vivi e in libertà, i cosiddetti “free ranging”.

Per il monitoraggio è stato decisivo l’utilizzo della biopsia sottocutanea: campioni di epidermide e grasso sottocutaneo (fino a 8 millimetri) prelevati in maniera indolore. L’Università di Siena, in particolare, si è occupata di dimostrare come lo studio di balenottere e delfini possa essere indicativo dello stato di salute delle acque pelagiche, cioè quelle più distanti dalle coste. Per le zone costiere, infatti, sono già utilizzati validi bioindicatori come, ad esempio, i mitili o alcune specie di alghe, dal cui studio è possibile avere informazioni utili.  

Balenottere abitudinarie

Come spiega la professoressa Letizia Marsili dell’ateneo senese, dunque, «balenottere e delfini possono essere di aiuto per le loro caratteristiche: si tratta di animali che vivono a lungo e hanno abitudini alimentari e di vita che possono aiutare a capire molte cose.

Le balenottere, ad esempio, possono essere utili per conoscere la diffusione e l’impatto delle microplastiche, cioè le plastiche con dimensioni inferiori ai 5 millimetri, dato che, con i loro fanoni, filtrano grandi quantità di acqua al giorno, durante la loro vita, e si nutrono di plancton, dove le microplastiche possono depositarsi».

Dagli studi condotti dalla professoressa Fossi, continua Marsili, «è emerso, ad esempio, che le concentrazioni di microplastiche sono più elevate nella zona sud del Santuario Pelagos, in prossimità del confine di Fosso Chiarone, dove sono maggiori rispetto ad altre zone del Tirreno, come quelle liguri o dell’Asinara.

Le plastiche possono essere dannose per gli animali, perché contengono ftalati e diffenolo, sostanze che possono incidere negativamente sul sistema endocrino, riducendo la capacità riproduttiva degli animali».  

Accumulatori 

«I delfini - aggiunge la professoressa Letizia Marsili -, sono degli “accumulatori”: a differenza dei mammiferi terrestri, uomini compresi, hanno minore capacità detossificante, anche a causa dell’elevato strato adiposo necessario per la loro sopravvivenza.

Pertanto, vivendo a lungo, sono molto utili per capire con quali e quante sostanze nocive sono venuti a contatto nel corso della loro vita. Si ètrovata traccia, ad esempio, anche del Ddt, una sostanza bandita giàdagli anni’70, seppure con alcune deroghe nell’utilizzo, ad esempio per quei Paesi in cui c’è ancora una presenza endemica di malaria».

«Tendenzialmente - sostiene la professoressa Marsili -, dai dati emersi non sipuò certo affermare che l’Alto Tirreno sia più inquinato di altri mari.Anzi, molti indicatori ci dicono che il suo stato di salute è assai migliore, ad esempio, dell’Adriatico».


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