Scritto da Riccardo Gatteschi |    Luglio 2001    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Dunque,
Il sacro chiodo di Colle
facciamo qualche conto. Quanti potranno essere stati i chiodi usati per fabbricare la croce e per crocifiggere Gesù Cristo? Gli esperti dicono che ne furono usati non più di quattro per tenere insieme le due assi incrociate, e non più di quattro per inchiodare ai legni il Salvatore (ma su questo punto i pareri discordano perché c'è chi sostiene che ne occorsero solo tre in quanto i piedi vennero inchiodati sovrapposti). Comunque sia, sembra accertato che otto chiodi al massimo furono sufficienti per portare a termine l'intera operazione.
Ebbene, nel mondo ne sono conservati e venerati, come reliquie fra le più importanti, la bellezza di ventinove. Anche considerando che l'imperatrice Elena - che ne possedeva tre - li fece segare in tre parti in modo che un numero maggiore di persone potesse accostarvisi, le due cifre discordano clamorosamente.
Tanto per non smentire la sua fama di paese con le maggiori tradizioni religiose, l'Italia fa la parte del leone possedendone sedici (tre li ha Venezia da sola). Scendendo ancor più nei dettagli, la Toscana è la regione più ricca di chiodi, con quattro, che sono a Firenze, a Colle di Val d'Elsa, a Siena e a Livorno.
Forse il più noto, certamente quello maggiormente venerato, è il chiodo che si conserva nella cattedrale di Colle di Val d'Elsa. Ha la lunghezza di ventidue centimetri, ad un'estremità ha la capocchia ancora ben arrotondata e all'altra è appuntito e piegato a forma di esse. La tradizione dice che servì a trafiggere il piede sinistro di Cristo.
La reliquia arrivò a Colle nel IX secolo, dopo essere passata da molte mani: nel 326 Elena, la madre dell'imperatore Costantino, convertitasi al Cristianesimo, si recò in Palestina e tornò a Roma con un gran numero di oggetti legati al passaggio terreno del figlio di Dio. Oggetti che, in gran parte, entrarono a far parte del tesoro dei papi. E fu proprio un papa a donare il nostro chiodo ad un vescovo (o cardinale) francese perché lo portasse nella sua patria. Ma l'alto prelato non ce la fece a tornare a casa: incontrò la morte a Viterbo, non senza aver prima affidato il chiodo ad un prete del contado di Colle.
Fin dal suo primo apparire in Val d'Elsa, fiorisce la leggenda dei miracoli. La reliquia colligiana sembra avesse trovato la sua specializzazione nel liberare dalle insidie dei demoni, "che innanzi al S.Chiodo si contorcono e fuggono poiché, secondo l'affermazione di S.Ambrogio, tale è la virtù infusa da Dio in tutti i chiodi della Crocifissione". Un'altra sua peculiarità è stata quella di costituire un argine contro le calamità naturali, quali la troppa - o la troppo poca - pioggia. Resta il fatto che il "Chiodo di Colle" acquistò una tale fama che nel XV secolo venne stabilito con una legge che "i testamenti dei cittadini della Terra di Colle, per essere validi a tutti gli effetti, dovevano portare la scrittura di un pur minimo lascito a favore del culto del S. Chiodo".
E fu grazie a quelle donazioni che la Chiesa colligiana poté permettersi di commissionare alla bottega di Mino da Fiesole, intorno al 1460, quell'elegante tabernacolo che tuttora racchiude e conserva il prezioso cimelio.