La prima opera conosciuta del grande maestro torna a "casa" nel Museo di Arte sacra

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Settembre 2011    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Come è accaduto per quasi tutte le opere di Masaccio, anche il Trittico di San Giovenale ha conosciuto, nei suoi quasi settecento anni di vita, non poche traversie e avversità. Conosciamo l'anno in cui l'opera fu creata - è il 1422, lo dice un'iscrizione latina che corre lungo il bordo inferiore -; per il resto tutto è avvolto in una fitta nube di mistero. Sembra addirittura che per un lungo periodo il trittico sia stato smembrato e collocato in luoghi diversi.

Sappiamo comunque che nel 1738 era ricomposto e si trovava all'interno della pieve di Cascia, nel Comune di Reggello. Anche se apprezzata come opera di grande qualità artistica, nessuno era in grado di fare il nome del suo autore.

Fu solo nel 1961, al termine di un lungo restauro che Luciano Berti si ritenne sicuro che quelle figure, quei colori, quelle espressioni dei volti, non potevano che essere uscite dalla mente e dalla mano del grande pittore di San Giovanni Valdarno. E, caso raro, tutti i critici sono stati concordi nel confermare quell'attribuzione.

Perché non solo le simbologie - il nimbo della Vergine decorato con lettere cufiche, il velo trasparente che copre il pube del Bambino, lo stesso Bambino in piedi e con in bocca un grappolo d'uva, i due angeli in adorazione... - ma soprattutto la tecnica pittorica rendono quella creazione del tutto innovativa nel panorama dell'arte italiana del primo Quattrocento. Antonio Paolucci ha scritto che in quella tavola può trovarsi il "codice genetico della grande pittura moderna dell'Occidente".

Le vicende recenti sono note: dal 2002 costituisce l'opera di maggior richiamo del piccolo museo d'arte sacra di Cascia, che comunque ospita dipinti anche di Ghirlandaio, Bronzino, Santi di Tito.

Di recente è stato oggetto di un altro restauro e attualmente è uno dei pezzi forti della mostra allestita nei saloni della Reggia di Venaria a Torino, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia.

A metà settembre - la mostra torinese chiude il giorno 11 di quel mese - il trittico farà ritorno a casa. Gli abitanti di Cascia (ma non solo), con in testa il pievano Don Luigi Failli, lo aspettano con comprensibile ansia, trepidazione e gioia.


Foto di Riccardo Gatteschi: La Pieve di Cascia e la copia del Trittico originale.

 


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