di Athos Bigongiali

E' lui o non è lui? Secondo l'équipe di antropologi dell'Università di Pisa, autori degli scavi, sì, al 98%. I resti ritrovati poche settimane orsono nelle catacombe della Chiesa di S.Francesco a Pisa appartengono al conte Ugolino della Gherardesca e ai suoi figli e nipoti, condannati alla morte per fame nel 1289 in una segreta della Torre dei Gualandi. Ma a rompere le uova nel paniere agli scienziati pisani, ai quali si deve anche la ricostruzione del volto di Ugolino, è intervenuta la Sovrintendente ai Beni Archivistici della Toscana: no, non è lui, o perlomeno i documenti trovati non sono sufficienti per l'attribuzione.

Il ritorno del conte Ugolino

Essere o non essere?, direbbe il conte Ugolino dall'al di là, se avesse letto Shakespeare e potesse, in qualche modo, provare a riconoscere se stesso nei resti catacombali e nel cranio di plastilina ricostruito dagli scienziati. Ma una simile domanda se la sono posta in tanti, a giudicare dallo straordinario interesse che la vicenda ha suscitato negli organi di stampa, sia in Italia che all'estero.

L'atroce fine di Ugolino e dei suoi congiunti, celebrata nell'Inferno dantesco (ricordate: La bocca sollevò dal fiero pasto, fino all'altrettanto noto: Poscia, più che il dolor, potè il digiuno), è emersa infatti da un oblio secolare, per essere nuovamente raccontata e commentata, con tutta la sua carica storica, di significati e di rimandi, anche molto attuali.

Ugolino è, anche, un Hannibal The Cannibal dei tempi antichi, oltre che un traditore della propria patria, la Repubblica Pisana, e un uomo di molte avventure e di molto potere. La ricerca dei suoi resti, inoltre, richiama la moderna saga che ha come protagonista Indiana Jones e, in senso più vasto, il rinnovato interesse verso discipline quali l'archeologia e l'antropologia.

Come si vede, il mito di Ugolino - perché di questo si tratta, alla fine, di un racconto riproposto in vari modi - può stuzzicare e favorire la principale delle attività umane, quella volta alla conoscenza. Può, per esempio, invogliarci a riprendere in mano la Divina Commedia e, insieme, tanti altri libri e testi. L'Ugolino ritrovato, immagino, ne sarebbe felice: a lui non fu concessa, come avvenne invece a Ulisse, la possibilità di raccontarsi in prima persona, per dire la sua verità, ma potrebbe sperare in un Dante del futuro, più comprensivo del dramma in cui fu costretto, o più propenso a un'altra verità. Cosa altro ci chiede, del resto, il suo fantasma?