Dalla cellulosa fibre artificiali utili per molti impieghi

Scritto da Alessandra Pesciullesi |    Marzo 2014    |    Pag. 18

Esperta in scienze dell'alimentazione e merceologia alimentare, lavora nella formazione professionale di cuochi, pasticceri e camerieri-barman. Nel 2000, insieme a Monica Galli, ha costituito uno studio associato che si occupa della divulgazione di informazioni sull'alimentazione e la merceologia alimentare, tenendo corsi per il Comune di Firenze e alcuni quartieri cittadini. In quest'ambito nasce anche la collaborazione con l'Informatore.

Le fibre sottoposte a tessitura sono oramai moltissime ed è piuttosto difficile per l’acquirente una chiara distinzione. Secondo l’origine le fibre si distinguono in naturali e tecnofibre. Le fibre naturali sono quelle che l’uomo trova già in natura, come le lane, la seta, il bisso che derivano da prodotti animali, oppure il cotone, il lino, la canapa che sono di origine vegetale. Si usano anche sostanze minerali, come il vetro, per ottenere la fibra omonima, usata soprattutto in edilizia e nell’industria.

Le tecnofibre sono invece quelle che produce l’uomo; in questo caso si parla di fibre artificiali se il prodotto di partenza è una sostanza naturale che viene resa filabile con opportuni trattamenti, oppure di fibre sintetiche se sono prodotte per via chimica, tramite reazioni di sintesi da composti derivati dal petrolio.

Rayon: la materia prima maggiormente impiegata per la produzione di fibre artificiali è la cellulosa, una sostanza chimicamente composta da lunghe catene (polimeri) formate da glucosio, estratta da piante diverse. Nel 1884 il chimico  de Chardonnet inventò il modo per produrre una sorta di seta artificiale a partire dalla cellulosa e nel 1906 si avviò la produzione industriale della viscosa, chiamata rayon dal 1924.

Il nome originale, viscosa, deriva dalla tecnica di produzione: la cellulosa viene sciolta con solventi in una massa vischiosa che è fatta passare attraverso piccoli fori dai quali escono sottili fili liquidi, subito resi solidi per coagulazione.

Secondo i prodotti chimici impiegati per il trattamento della cellulosa, si ottengono vari tipi di rayon. Il più diffuso è il rayon viscosa, usato per l’abbigliamento, arredamento e scopi tecnici. È il più versatile e può assumere l’aspetto di seta, cotone e lino senza problemi.

Il rayon cupro o bemberg è prodotto a partire dalla cellulosa delle fibre che rimangono sul seme di cotone (i linters) è usato per le fodere, le cravatte e la biancheria intima, perché è morbido, molto resistente all’usura e assume colori brillanti. Il rayon acetato è ottenuto trattando la cellulosa con anidride acetica.

È brillante e trattiene poco l’acqua ma ha scarsa resistenza all’usura. Se è vero che la materia di base di questi prodotti è naturale e rinnovabile – per riforestazione mediante vivai o germinazione spontanea –, non è  certo facile lo smaltimento dei prodotti chimici impiegati per lo scioglimento della cellulosa.

Obbligate dalle leggi a ridurre l’impatto ambientale, dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso, le aziende produttrici hanno modificato le tecnologie di smaltimento degli inquinanti, soprattutto in Italia.

Sul fronte del prodotto finito il prodotto meno inquinante e più nuovo è il lyocellâ (o tencel), ricavato dalla polpa di legno di eucalipto. Il processo di produzione è poco inquinante perché i solventi usati sono atossici (ossido di allumina) e del tutto riciclabili. Nel 2000 l’UE ha riconosciuto il processo di produzione con un premio per la “tecnologia per lo sviluppo sostenibile”.

Il lyocellâ non è prodotto in Italia, ma si trova con facilità, perché molti marchi di abbigliamento conosciuti lo usano per capi morbidi e setosi. Questo tessuto è più traspirante e resistente del rayon e si può lavare in acqua a 40°C. Unico difetto: se non opportunamente trattato, produce il pilling, cioè fa gli antiestetici “pallini”.

Manutenzione: i vari tipi di rayon possono essere lavati a mano a freddo con detersivi per capi delicati. Il lavaggio sopra i 40°C provoca restringimento (almeno il 5%) e spesso variazioni di colore e zone di lisi. Meglio evitare di strofinare, strizzare, centrifugare; il rischio è quello di creare pieghe permanenti o strappi.

Evitare del tutto l’asciugatrice e stirare a massimo 150°C (lana/seta) con vapore. In genere è consentito il lavaggio a secco, mentre da evitare del tutto gli smacchiatori a base di solventi, che possono colare le fibre.

Fibre artificiali proteiche: nel 1935 l’italiano Ferretti mise a punto la produzione di fibre a partire dalla caseina, una proteina del latte. La fibra, chiamata Lanital, era morbida, simile alla lana e scarsamente attaccata dalle tarme.

Per mezzo secolo questa fibra è stata praticamente accantonata, soppiantata nell’uso dal rayon. Dopo il 2000 è stata riscoperta in mescolanza con lana merino o cachemire (fibra di latte) per la produzione di indumenti per neonati.