Opera straordinaria dell'arte etrusca, fu trovata ad Arezzo ma è conservata da sempre a Firenze

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2006    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Il ratto della Chimera
Nonostante la sonora sconfitta di Campaldino
subita contro i guelfi fiorentini di Corso Donati, tuttora i cittadini di Arezzo affermano con un certo orgoglio che la loro città non è mai stata conquistata dalle armi dei fiorentini. Però i fiorentini replicano facendo notare che, dove non poté la forza militare, là arrivò il potere del denaro. Infatti Arezzo fu acquistata una prima volta nel 1337 per la cifra di 18.000 fiorini e una seconda volta nel 1384 per una cifra che, nel giro di nemmeno cinquant'anni, era quasi triplicata. Può darsi che sia proprio da attribuire al modo incruento - ma non così onorevole - con cui Firenze arrivò al possesso della città e del territorio aretino se i Medici mostrarono, nel corso dei secoli, una certa alterigia nei confronti degli irriducibili ghibellini. Insomma, Firenze si è atteggiata da padrona e ha spesso mostrato con i fatti questo altezzoso comportamento.

L'episodio forse più eclatante si registrò il 15 novembre del 1553 quando alcuni operai, scavando nel terreno di Porta San Lorentino per costruire le fondamenta della grande cinta muraria voluta da Cosimo I, fecero riaffiorare la scultura in bronzo della "Chimera", una delle opere più straordinarie dell'arte etrusca del IV secolo a.C. Ebbene, il duca non fu nemmeno sfiorato dal pensiero che fosse più corretto lasciare che quella importante opera di scultura venisse conservata nel luogo in cui era stata ritrovata e, soprattutto, nel posto dove, con ogni probabilità, era stata ideata e creata. Subito dopo aver ricevuto la notizia del ritrovamento, il non ancora granduca spedì ad Arezzo un ordine che non ammetteva repliche: «che il bronzo sia ben impacchettato e fatto pervenire con la massima celerità a Firenze». Qui fu oggetto di mille attenzioni e lo stesso Cosimo non si peritò a sporcarsi le mani per ripulire - secondo le parole di Benvenuto Cellini - con "certi cesellini da orefici" sia la Chimera che altre piccole statuette trovate nello stesso posto e appesantite da terriccio e ruggine.

La Chimera è un animale immaginario con la testa di leone, il dorso di capra e la coda di serpente. Nella mitologia greca è associato a Bellerofonte e alle prove che l'eroe dovette sostenere per sfuggire alla morte. Una di queste era appunto l'uccisione della Chimera. Ma il figlio del re di Corinto si rese conto che non avrebbe potuto sconfiggere il mostro, se non attaccandolo dall'alto. Allora venne in suo soccorso la dea Atena che gli donò Pegaso, il cavallo alato. Solo con questo stratagemma Bellerofonte riuscì a colpire a morte il mostro senza che questi potesse difendersi efficacemente. La scultura di Arezzo coglie appunto il momento in cui viene trafitto dalla lancia del suo antagonista; e mentre la testa della capra sta per reclinare ormai agonizzante, le fauci del leone e il pelo irto del collo mostrano tutta la rabbia e l'aggressività dell'animale ferito ma non ancora soccombente. La testa del serpente - come la vediamo oggi - che addenta un corno della capra, è un clamoroso falso dovuto ad un indebito restauro effettuato nel 1785 e mai in seguito corretto. In alcune medaglie che raffigurano la Chimera si può notare che la testa del serpente non sfiorava nemmeno la capra ma era protesa in alto, come a voler attaccare l'avversario che lo sovrastava. Al momento del ritrovamento ad Arezzo, però, la Chimera era priva della coda e solo in un secondo tempo furono ritrovati alcuni frammenti, non sufficienti a stabilire l'esatta posizione del corpo del rettile.

Dopo i primi restauri eseguiti anche dalle mani del duca in persona (e con la partecipazione pure di Cellini e Vasari), la statua fu collocata in Palazzo Vecchio, nella sala di Leone X. Nel 1718 venne trasferita nella Galleria degli Uffizi dove rimase per quasi due secoli fino al 1879, quando entrò nel Palazzo della Crocetta a far parte di quello che sarebbe diventato uno fra i maggiori musei archeologici d'Italia. Tornò ad Arezzo una sola volta, nel 1985, in occasione di una mostra dedicata all'arte etrusca. Ma contro il desiderio e la volontà degli aretini, che non avrebbero voluto più staccarsi da quella che ritenevano una "loro" creatura, Firenze esercitò ancora una volta la sua autorità: dopo sei mesi la Chimera fu riportata nel capoluogo toscano, dove si trova tuttora, al museo Archeologico in via della Colonna.

Ad Arezzo rimane - nelle previsioni degli archeologi che si sono occupati della Chimera e negli auspici degli aretini - la parte forse più cospicua del complesso scultoreo, cioè Bellerofonte che cavalca Pegaso. Perché, si sostiene, è impensabile che lo scultore di venticinque secoli fa abbia creato un'opera incompleta. Oltretutto un'opera che - si è ipotizzato - era collocata all'interno di un luogo di culto e dunque doveva essere integra in ogni sua componente per esprimere appieno il proprio messaggio ai frequentatori del tempio.

In attesa che si prenda la coraggiosa decisione di riaprire gli scavi alla ricerca della scultura perduta, Arezzo mostra nelle sue strade almeno tre copie (due ornano le fontane in piazza della Stazione) di quel favoloso animale per lunga consuetudine adottato come uno dei simboli della città.



AREZZO
Città-stato sul colle

L'etrusca Ariti, forse risalente al VII secolo a.C., sorgeva sulla sommità del colle dove ora si trovano la cattedrale, il palazzo comunale e la fortezza medicea. Fu una delle dodici città-stato della lega etrusca. All'interno conserva scarse tracce del suo remoto passato. Sono visibili alcuni tratti della cinta muraria nell'area di San Niccolò, dove emergono anche le basi di un santuario. Altre tracce di mura e di un edificio di culto sono visitabili, poco fuori città, in località Castelsecco.

Oltre alla Chimera, un'altra opera di grande valore artistico recuperata ad Arezzo è la statua di Minerva, ugualmente conservata nel Museo archeologico fiorentino. Di grande interesse è anche la piccola scultura che raffigura un aratore che conduce una coppia di buoi. Nemmeno questo reperto si trova però ad Arezzo: attualmente è al Museo di Villa Giulia, a Roma.

Opere visibili nel locale Museo archeologico intitolato a Gaio Cilnio Mecenate, il consigliere aretino dell'imperatore Ottaviano, sono il "Cratere Euphronius" del VI secolo a.C., una parte di frontone di un tempio scoperto nella zona di Sant'Jacopo e una notevole quantità di ceramiche prodotte sul posto, le celebri "sigillate aretine".


Per saperne di più
Franco Paturzo, Arezzo antica, pp. 436, € 26
Angelo Tafi, La chimera e gli aretini, pp. 80, € 6
edizioni Calosci, tel. 0575678282