Dall'unità italiana le vicende di due famiglie toscane e dei loro discendenti

Scritto da Silvia Gigli |    Ottobre 2004    |    Pag.

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

Il racconto che strega 2
E' una storia corale
che a molti ricorda certi romanzi latinoamericani in cui le vicende di più famiglie si intrecciano nei secoli. E' un viaggio attraverso la rivoluzione e il dolore, gli affetti e, se vogliamo, il senso della vita. Tentando un azzardo, "Il dolore perfetto" di Ugo Riccarelli potrebbe essere definito un "Cent'anni di solitudine" ambientato in Toscana. Forse è anche per questo suo particolare afflato che i giurati del premio Strega hanno deciso di eleggerlo libro dell'anno 2004.

Ugo Riccarelli è nato nel '54 in provincia di Torino, ma le sue radici sono tutte toscane, pisane per la precisione. Proprio a Pisa ha lavorato a lungo, all'ufficio stampa del Comune, e adesso è a Roma, nello staff del sindaco Walter Veltroni.
Con "Un uomo che forse si chiamava Schultz" nel '98 ha vinto il premio Campiello, poi sono venuti "Stramonio" e "L'angelo di Coppi". Oggi, con "Il dolore perfetto", esplora nuove strade, tornando indietro nel tempo.
«Ho cercato di riallacciarmi ad una tradizione orale che in Toscana ha radici particolarmente solide - spiega lo scrittore -. L'idea di questo libro nasce dall'immagine di mia nonna che racconta: la scrittura tenta di fare proprio questo, di avere un ritmo adatto ad un racconto di ampio respiro per coprire un ampio spazio di tempo e di storie. Avevo voglia di alzare un po' lo sguardo, tornando anche nel passato per comprendere e raccontare l'Italia di oggi».

Il racconto che strega
Ha scelto di ambientare questo libro in un particolare momento storico, perché?

Mi sembrava giusto partire dal momento in cui la storia del nostro Paese è nata, ovvero l'unità d'Italia. Il maestro incarna l'idealismo socialista e anarchico di chi dal sud si muove verso il centro per costruire qualcosa di diverso. Alla fine non ci riesce ma la sua vicenda è lo strumento per capire le nostre radici.
La storia del nostro Paese è stata complessa, spesso non risolta, tutt'ora si porta dietro interrogativi pesanti. Scrivere questo libro è stato come tornare alle fondamenta, per cercare di capire perché oggi siamo così.

I figli del maestro si chiamano Libertà, Cafiero, Ideale. Un'altra storia toscana...
E' una tradizione tutta nostra, legata da una parte ad un fatto ideale, la passione politica dei socialisti e degli anarchici, dall'altro all'amore per la tradizione orale che in parte esiste ancora in Toscana.
C'erano contadini che sapevano a memoria l'Eneide, l'Odissea e la Divina Commedia: le tv dell'epoca erano quelle. Molte persone si innamoravano, proprio come succede oggi con le soap, dei nomi degli eroi di quelle storie.
Io ho parenti toscani che si chiamano Telemaco, Omero, Lisimaco. Nomi improbabili che per loro erano esotici, li davano ai figli e se li tramandavano.

Per il maestro che arriva da Sapri l'incontro con la Toscana è dolcissimo. La nostra è davvero una terra d'idillio?
Sicuramente Colle è un luogo letterario, ma dentro di sé ha una serie di qualità che ho sempre percepito nella nostra cultura, quella più sanguigna e sincera. Mi è piaciuto pensare che un personaggio che arrivava da un sud lontano e sconosciuto, una persona che si portava dietro grandi sogni, potesse trovare qui un luogo per sperare di poterli realizzare.
Ci sono dei valori di civiltà che io sento profondamente toscani. Per esempio, la scena del prete che arriva davanti alla casa dove il maestro e la vedova Bartoli vivono more uxorio e la benedice senza entrare perché non vuole rovinare tutto, diventa un gesto estremamente religioso ma anche di grande rispetto laico. Lui non dà i sacramenti a queste persone perché non c'è niente di più sacro dell'amore vero. Questo per me è un gesto toscano di grande civiltà.

E di grande attualità, ora che si parla di coppie di fatto e che il governo ha bocciato lo statuto della Toscana che le riconosce.
Già. Mentre il prete si rende conto che imporre una regola in una situazione che è comunque regolata dall'amore non avrebbe nessun senso, oggi le questioni sono differenti perché siamo davanti ad una bieca lotta di potere in cui i valori non hanno nessuna importanza. Forse siamo davvero persone più piccole...

Che cos'è il "dolore perfetto"?
E' un rumore che la vita porta sempre con sé, perché la vita non è una questione semplice da comprendere come ci vogliono far credere.
Vivere richiede consapevolezza dei propri limiti e della propria condizione, che è inevitabilmente sofferente. Non parlo di malattia, ma di una sofferenza profonda, perfetta e quindi lancinante. E' quella che provi quando ti senti inadeguato, quando ti accorgi dell'angusto spazio in cui vivi, dell'impossibilità di sfuggire a quello che ti tocca vivere.
Penso a mia nonna Annina. Da ragazzo avevo un'idea di lei fragile, minuta, com'erano le donne di cinquant'anni fa, che a quarant'anni sembravano già vecchie. Poi dai suoi racconti ho capito che aveva sulle spalle una quantità di vita incredibile, aveva fatto tre figli, era rimasta vedova giovane, e poi due guerre, le epidemie, generazioni di nipoti da tirare su.
La quantità di vita che aveva dentro era immensa. Paradossalmente, nel momento in cui hai consapevolezza del dolore perfetto, questa sofferenza non diventa un compiacimento masochistico ma un motore che ti spinge avanti.

Vengono in mente le ultime parole di Tiziano Terzani, il giornalista viaggiatore fiorentino recentemente scomparso, quasi un invito alla pace attraverso la comprensione del dolore proprio e altrui...
Nel libro il dolore perfetto che i personaggi provano viene poi descritto anche come uno sguardo di pietà. L'Annina, quando muore suo zio Telemaco che l'ha fatta tanto soffrire, dopo un primo momento di rabbia prova pietà perché è la sofferenza che ci unifica. Questa è la condizione umana, e se noi ragionassimo di più su questo ci penseremmo due volte a fare del male.
Oggi invece pensiamo sempre che le cose siano degli altri e non nostre, che non ci competano più. E' molto triste perché è la negazione dell'uomo.