Scritto da Francesco Giannoni |    Aprile 2006    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Il protetto del santo
Fra i numerosi aneddoti fioriti intorno agli alberi,
ci piace ricordare quello che riguarda il leccio delle Ripe, vicino a Piancastagnaio. Si narra che San Francesco si recò sul monte Amiata per visitare il luogo dove sarebbe sorto un nuovo romitorio del suo ordine. Stanco per il viaggio, si sedette a riposare sotto l'"ospitale chioma" di un leccio già a quel tempo di notevoli dimensioni. Da quel giorno, anche in inverni particolarmente nevosi, intorno a quella pianta la neve non attecchisce. Questo leccio da allora è oggetto di venerazione da parte di tanti fedeli, alcuni dei quali piantano alla sua base croci di legno, segno di riconoscenza per grazie ricevute.
Del "miracolo" esiste addirittura una settecentesca relazione notarile senese. Alcune caratteristiche del venerato albero sono sorprendenti: che ci fa un leccio (specie che ama il clima mite) a mille metri di altezza su una montagna in cui d'inverno il freddo è costante e le nevicate frequenti? Ma c'è di più; guardiamo all'età e alle dimensioni raggiunte dal leccio delle Ripe: c'è chi parla di mille anni, ma è più ragionevole pensare a circa 800, e scusate se è poco... L'altezza è di quasi 20 metri, altrettanti conta la circonferenza della chioma, e quella della base del tronco è più di 7. C'è un trucco, però. Si tratta infatti di un leccio formato da ben otto piante saldate fra loro. Queste, unendosi, hanno lasciato al centro del nuovo fusto una cavità. Dalla ceppaia si diramano ben otto tronchi con circonferenze che variano dal metro e mezzo ai due metri. Che tale pianta goda di una protezione particolare è proprio evidente.

C'è un altro leccio legato a doppio filo a San Francesco: l'Alberino di Siena. Il santo, dopo alcuni giorni di predicazione in città, partì. Avvicinandosi l'oscurità, fece una sosta al romitorio di Ravacciano. Prima di entrare piantò per terra il bastone. Questo durante la notte germogliò, e la mattina era diventato un grande leccio.
La fama del fatto si sparse subito e cominciò per il sacro albero l'assedio dei devoti: strappa una foglia, strappane un'altra, il leccio si ammalò e morì. Ma germogliò di nuovo. Per preservarlo, l'arcivescovo Camillo Borghesi minacciò addirittura la scomunica per chi fosse stato sorpreso a danneggiarlo. Inutilmente. La pianta morì ancora. Ma protetta da Francesco è rinata, ed è ancora là.

LA SCHEDA
Il duro da ardere

Il leccio (Quercus ilex) è un albero che può raggiungere i 20-25 metri di altezza; ha una chioma ampia e densa con foglie dal colore verde scuro, dentellate, lucide nel lato superiore, dotate di peluria in quello inferiore. Fiorisce a primavera. Il frutto è un achenio (ghianda) dal sapore amaro, protetto per metà da una cupola emisferica.

È una pianta sempreverde, tipica del Mediterraneo, dove è diffusa dal livello del mare fino agli 800 metri di altitudine. Si usa frequentemente nell'alberatura dei viali.

Il legno, durissimo e resistente, è difficile da stagionare e da lavorare. La corteccia (grigia e lucida negli esemplari giovani, screpolata finemente in quelli più vecchi) è tannica, ed è utilissima perciò nella conciatura delle pelli.

È assai apprezzato per produrre legna da ardere e carbone.