Strada, terra, lavoro, ricordo: il loro significato profondo le fa apparire ancora più belle

Scritto da Pier Francesco Listri |    Settembre 2004    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Il profumo delle parole
Si suol dire che "le belle parole"
non aiutano a risolvere le cose; invece "le parole belle" se non risolvono le cose almeno le spiegano. Ogni parola, come una conchiglia, ad appoggiarla all'orecchio della mente risuona di echi lontani e mostra di riassumere in sé diversi significati che, per giungere fino alla nostra bocca, hanno corso suggestivi itinerari.
Parliamo dunque, una volta tanto, di parole belle. Tali lo sono di per sé, nel loro attuale significato e sono parole fondamentali della nostra vita, come ad esempio "strada", "terra", "lavoro". Se ne conosciamo la lunga storia esse ci appaiono ancora più belle, cioè più ricche di senso.

La parola "terra". Ci giunge dal latino dove suonava "humus" (da cui l'italiano "umile", cioè "basso, vicino alla terra"; e anche la parola peggiorativa "umiliazione"). Ma la parola "humus" appartiene alla famiglia "homo": dunque la terra è la "regione degli uomini", mentre per gli antichi - poi anche per noi - il cielo è "la regione degli dèi".
L'italiano "terra", però, si associa invece al verbo latino "torrere", che vuol dire "disseccare". La terra è dunque "la secca", qui non il contrario del cielo, ma il contrario dell'acqua. Quando gli uomini non erano ancora agricoltori, chiamavano dunque la terra con la parola "la secca".
Il primo aratore si accorse che in realtà egli "remava" la terra, si spiega così la somiglianza delle radici dei verbi "arare" e "remare". Lavorata dall'uomo, la terra non era più "la secca" ma, dal latino "còlere", era "coltivata".
Lavoro non da poco se un grande linguista come Giacomo Devoto ebbe a dire «occorre che si proclami che nessun lavoro umano richiede la somma di capacità intellettuali e morali come quelle dell'agricoltore».
Non a caso oggi si guarda all'agricoltura come alla possibile salvezza dell'ambiente e del nutrimento dell'umanità.

S'è detto della parola "terra". Ed ecco il viaggio di un'altra parola fondamentale: "strada". Il latino ha due parole per indicarla: "iter" e "via".
Ma a monte di queste due parole sta in realtà la radice "pont". "Iter" significava pista, cioè la "strada primitiva tracciata solo dal calpestio dei piedi"; "via" è invece il sentiero che consente dei trasporti, prima someggiati poi carreggiati.
L'originario "pont" era la "strada" in senso astratto e generale. Poiché ai primi uomini la strada più conveniente e facile fu sul mare, ecco che la parola "pont" divenne in greco "pontos", sicché per i nostri antichi il mare fu la "strada per eccellenza".
I romani, concreti e realisti, quando costruendo una strada incontravano un corso d'acqua studiavano qualcosa per superarlo, cioè un "ponte". Quindi "ponte" significò a sua volta la "strada" per eccellenza.

Più ricca ancora di significati è la nostra parola "lavoro". Nelle antiche lingue indoeuropee vigeva la radice "op", che si trasferì nel latino "opus", e infine nell'italiano "opera".
Era un termine, per dir così, benevolo. Ma, in epoca biblica il Genesi ci racconta che l'uomo fu costretto a lavorare per una maledizione divina, per aver disobbedito a Dio. E allora nacque un significato nuovo: il "lavoro" inteso come maledizione. Così il latino ebbe "laborare" che voleva dire insieme "lavorare" e "soffrire".
Solo più tardi (se si vuol essere culturalmente zelanti, con le lettere di San Paolo ai Tessalonicesi) il lavoro perse il significato di sofferenza e fu moralmente redento, come oggi lo intendiamo. Eppure, ancora oggi, in francese "travaille" (e in genovese "travagiu") continua ad avere, almeno nel senso della parola, un significato negativo.

Bellissima, per chiudere per oggi, è la parola italiana "ricordo". Deriva dal latino "recordari", che è chiaramente un derivato di "cor", cioè di "cuore" che, grazie al prefisso "re-" indica che il cuore si ripiega su se stesso. Cioè il cuore quando si ripiega su se stesso ricorda.
Noi in italiano, e soprattutto in Toscana, usiamo un'altra bellissima parola: "rammentare". Questa volta non è in ballo il "cuore" ma la "mente": rammentare vuol dire "richiamare alla mente". In latino "mi rammento" si diceva "memini", e cioè "mi sono concentrato è perciò ricordo".

Questi i segreti delle parole che quotidianamente pronunciamo e delle quali, spesso, dimentichiamo il profumo.