La torre di Monte Labro, sede della comunità di Davide Lazzaretti

Scritto da Carlo Valentini |    Ottobre 2006    |    Pag.

Nato a Recanati nel 1955. "Figure, figurine e figuracce" sono la sua specialità, la sua passione. Fotoreporter dal 1975, ha pubblicato sulle più imporrtanti testate italiane ed europee (Epoca, Panorama, Illustrazione Italiana, Europeo, Famiglia Cristiana, Der Spiegel, Elle, The Indipendent, ecc). Convinto assertore del "vatican style" applicato alla comunicazione, ha cercato continuamente di sintetizzare nelle sue immagini "senso e visione" alla maniera dei santini di religiosa memoria. Apprezzato paesaggista e ritrattista, ha maturato le sue prime esperienze fotografiche in ambito industriale e pubblicitario. Collabora con l'Informatore dal 1996. Hanno scritto sul suo lavoro: "La Repubblica", "La Gazzetta del Bibliofilo", "L'Unità", "La Nazione", "La Citta", "Excelsior", "Progresso Fotografico", "Il Giornale", "Il Corriere della Sera", "Alfabeta", "Gioia", "Panorama".

Il profeta dell'Amiata 1
La strada che sale da Piancastagnaio
verso Arcidosso si snoda in mezzo ad uno dei tanti boschi di faggi e castagni che circondano l'antico vulcano toscano. Superato Arcidosso si prende la strada, indicata da un cartello, che porta alla vetta del Monte Labro.
Lasciata l'auto al parcheggio nei pressi del punto informativo (peraltro chiuso e deserto) si sale a piedi per il monte. Dal basso il Monte Labro appare come un cumulo di pietre e sassi perfettamente spoglio e ci si chiede perché mai un posto simile possa aver ispirato un sentimento religioso ed un misticismo che pervase queste terre fino a farlo divenire - nell'ultima metà dell'800 - un caso nazionale. Proprio la fine del sentiero, che passa fra una sorta di tunnel fra gli alberi, bordato a primavera dalla fioritura accesa di fiori spontanei, inizia a trasformare l'escursione in un viaggio denso di memorie.

Il profeta dell'Amiata 2
La prima spianata
che si incontra offre della cima una visione magica, dovuta anche alla foschia che spesso avvolge quel che ora ci appare essere una torre, un po' castello e un po' nuraghe, che sovrasta i ruderi di alcune costruzioni. Attraverso una scala in pietra, avvolta a spirale intorno alla torre, raggiungiamo la cima. Il paesaggio continua ad allargarsi e il gregge che sembra seguirci fa da "quinta" alla vista dell'Amiata con Arcidosso e Santa Fiora. Siamo a 1193 metri e lo sguardo si perde fino al mare e al sud della Toscana e ancora più in là, verso la campagna laziale.

Il termometro delle emozioni sale ancora non appena superiamo l'arco in pietra che conduce alla cella sotterranea. La sensazione è di un luogo i cui protagonisti si siano appena allontanati. Nel buio quasi completo, facendo attenzione a non scivolare, scendiamo il budello scavato nella roccia e raggiungiamo il cuore della torre. È un ambiente di circa 30 metri quadri con un altare decorato da fiori freschi, addossato alla roccia con scritte e il simbolo della Chiesa Giurisdavidica, fondata da Davide Lazzaretti. L'odore di umidità è pungente e profondo è il misticismo del luogo. Ci ritroviamo per un momento ad immaginare la presenza di Davide Lazzaretti e dei suoi seguaci in questa terra triste, povera e costellata da difficoltà.

La voce dei poveri
L'esperienza mistico-religiosa di Davide Lazzaretti, definito dalla stampa dell'epoca "il profeta dell'Amiata", viene fatta risalire alle prime visioni che lui - nato ad Arcidosso il 2 novembre 1834, figlio di barrocciaio, secondogenito di sette fratelli - ebbe poco distante da questi luoghi, in uno dei suoi frequenti viaggi alla guida di un carro da trasporto. Siamo negli anni successivi all'Unità d'Italia, la vita stentata di cui da sempre gli amiatini erano i rassegnati protagonisti fece sicuramente intravedere un barlume di speranza a quei contadini, che videro nelle parole di Davide innanzitutto un messaggio di vita solidale, unito ad una promessa di rinnovamento religioso con richiami al francescanesimo delle origini. Padre Balducci, anche lui figlio di questa terra, parlava dell'esperienza giurisdavidica come della più bella fiaba della povera gente dell'Amiata.
Il fervore religioso che animava Davide ottenne un successo travolgente fra le genti povere dell'Amiata, tanto da fargli decidere di erigere un luogo di culto sulla vetta del Monte Labro (nel 1872), che divenne così sede della comunità che si stava formando. Le cronache raccontano che almeno 80 famiglie si riunirono sotto la guida di Lazzaretti dando origine ad un'esperienza associativa - la Società delle famiglie cristiane - di condivisione di beni e risorse, di fratellanza umana e spirituale. Non è forzato intravedere in quelle spinte le matrici di uno spirito "socialista" ante litteram e l'inizio di un modello di società di mutuo soccorso che diversi anni dopo iniziò a fiorire anche in Toscana. È sorprendente notare che fra i compiti della comunità fossero indicati l'impegno a far fronte alle necessità dei membri secondo il loro apporto e secondo i loro bisogni, l'impegno a fornire un'educazione scolastica gratuita e l'estensione del diritto di voto alle donne all'interno della comunità. Una visione quindi non solo mistica ma - per le autorità politiche e religiose del tempo - in forte odore di eresia rivoluzionaria.

L'esperienza della comunità andò avanti per alcuni anni e fruttò a Davide anche il tanto agognato incontro con l'indifferente Papa Pio IX, da cui non riuscì ad ottenere l'incoraggiamento sperato. Il tentativo di estendere l'esperienza della comunità tra i contadini di Maremma, della Sabina e del Reatino gli procurò una serie di vicissitudini anche giudiziarie - con accuse di vagabondaggio, truffa e cospirazione politica -, tanto da spingerlo a cercare appoggi e relazioni fino in Francia, dove trovò sostenitori e finanziamenti. All'inizio del 1878 venne convocato dal Sant'Uffizio per rendere conto dei suoi discorsi sempre più infuocati verso la proprietà terriera e la gestione della fede da parte della gerarchia ecclesiastica; nel frattempo i suoi scritti furono posti all'indice.
In questo clima di profonda ostilità delle autorità civili e religiose di un'Italia post-unitaria che conosce la piaga del brigantaggio ed i primi movimenti popolari di protesta, il 18 agosto 1878 Davide Lazzaretti guida dal Monte Labro verso Arcidosso una processione durante la quale verrà ucciso, da un poliziotto che gli aveva intimato di fermarsi. Molti parlarono allora - e gli storici di oggi concordano - di un accanimento legalitario ingiustificato verso Lazzaretti, che sfociò in un inutile spargimento di sangue: altri innocenti contadini morirono in quei tafferugli e molti furono i feriti.

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto di ogni anno gli ultimi seguaci si riuniscono ancora a pregare sulla cima del Monte Labro, luogo ritenuto sacro dai giurisdavidici



La festa
Castagne e cantine

È la festa più importante tra le tante organizzate ad Arcidosso, e sicuramente la più suggestiva.

Nei vicoli e nelle piazze del borgo medievale si accendono fuochi per accogliere le grandi padelle delle caldarroste e i paioli del vin brulé.
Per l'occasione gli arcidossini aprono le loro cantine, che si trasformano in taverne dove assaggiare i prodotti tipici dell'Amiata e sorseggiare la birra di castagne prodotta nel territorio.

Da non perdere i dolci, naturalmente casalinghi, a base di castagne a marchio Igp (Indicazione geografica protetta): monte bianco, castagnaccio, necci con la ricotta.

Il mercatino dell'antiquariato, mostre d'arte allestite nei fondi in pietra che si aprono su giardini inaspettati, spettacoli nel castello e visite guidate agli essiccatoi concludono il programma di una festa davvero deliziosa. La XX edizione della Festa della castagna si svolge ad Arcidosso (GR), dal 13 al 15 e dal 20 al 22 ottobre.

Info: Comune tel. 0564966438, Pro loco tel. 0564966083