Storia di uno scandalo che nel '600 sconvolse la quieta Seravezza

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Settembre 2002    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Fu cappellano della prioria di San Lorenzo di Seravezza per un decennio, dal 1685 al 1695, anno in cui fu obbligato ad abbandonare il suo incarico travolto da uno scandalo che, per l'epoca, dovette avere proporzioni gigantesche.
In quei dieci anni don Giuliano Luchetti, rampollo di una distinta famiglia di Seravezza che aveva già dato alla chiesa alcuni illustri prelati, si era inventato una sua personalissima teoria teologica. Aveva così ragionato: "... siccome dal Padreterno era proceduto il Figlio che aveva preso carne umana nelle viscere di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo..." adesso era arrivato il tempo giusto - ma soprattutto la persona giusta - per far procreare anche il terzo "elemento" della Trinità. E chi poteva essere colui che il Cielo aveva dotato di tali eccelsi poteri? Ovvio: lui stesso, don Giuliano Luchetti.
E il furbastro non mancava occasione per esternare questa sua teoria (probabilmente condita con una buona dose di parlantina sciolta e convincente) alle giovani spose e ragazze della cittadina versiliese, alle quali prometteva di concepire con loro figli di una qualità superiore. Molte caddero nel tranello e si racconta che Seravezza, in quegli anni di fine Seicento, avesse registrato un discreto incremento demografico.
Ma, deludendo clamorosamente le aspettative, nessun nuovo pargolo mostrava in sé quelle doti di santità che il prelato aveva pubblicizzato in maniera così persuasiva. I ragazzini erano in tutto e per tutto simili a quelli nati da altre unioni.
Le donne cominciarono a manifestare il loro disappunto in maniera sempre più vivace, finché qualcuna andò direttamente a Firenze a denunciare l'impostore al tribunale dell'Inquisizione. Dopo una serie di indagini don Giuliano venne arrestato, nel 1695, e segregato a lungo nelle prigioni fiorentine. Cinque anni più tardi, il 21 maggio del 1700, il processo ebbe inizio "nel refettorio grande di Santa Croce". L'imputato venne riconosciuto colpevole di svariate nefandezze nei confronti delle ingenue parrocchiane e condannato alla pena più severa: la morte per impiccagione. Una pena che però non venne mai eseguita perché il tribunale decise, poco dopo, di convertirla in ergastolo. Non senza aver prima deliberato che all'imputato venissero bruciati i polpastrelli delle dita, nell'intento di togliere ogni traccia dell'olio, o crisma, col quale era entrato in contatto al momento della sua consacrazione sacerdotale e del quale aveva dato prova di non essere più degno.