In ribasso i prezzi del vino sfuso. Le differenze del mercato tra l'Italia e la Francia

Scritto da Carlo Macchi |    Gennaio 2005    |    Pag.

Esperto di enogastronomia Uno dei pochi italiani in corsa per il prestigioso titolo di Master of Wine, rilasciato a Londra dall'omonima associazione. Scrive per alcune riviste italiane ed estere specializzate nel vino e nell'enogastronomia (Terre del Vino, Enotime, Merum). Ha condotto una trasmissione su Telemontecarlo sul cibo e sul vino, chiamata "Gnam". Curatore di Vini Buoni d'Italia, la prima guida italiana ai vini da vitigni autoctoni, alla seconda edizione.

C'è stato un tempo in cui mi sono cimentato con la finanza e la borsa. Meglio non parlare dei risultati, ma avevo comunque avuto degli insegnamenti chiari e semplici: «Compra quando il prezzo è basso e vendi quando è alto». Il problema stava però nel capire (e vi garantisco che non è semplice) quando il prezzo era veramente basso o veramente alto. Non per niente ora faccio il giornalista enogastronomico, ma se le bottiglie di vino fossero azioni oggi vi consiglierei di comprare a più non posso. Complice infatti la crisi generale ed i prezzi assurdi raggiunti negli ultimi anni, il prezzo del vino (soprattutto sfuso) ha avuto dei cali impressionanti.

Il prezzo è giusto
Come vedete ho parlato di vino sfuso,
cioè venduto in cisterna in quantità notevoli: ma i consumatori non possono certo farsi arrivare a casa una cisterna e quindi veniamo a parlare dell'imbottigliato, che pare non seguire le stesse regole di mercato. Infatti non si riscontrano abbassamenti dei costi sensibili (nello sfuso siamo arrivati anche al 50-60% in meno) ma piuttosto stasi, non rincari, sconti e offerte speciali, che coinvolgono anche vini molto blasonati.
In realtà il consumatore deve sapere che ci sono tantissime cantine piene di vino imbottigliato, che molti produttori stanno cercando di vendere o svendere. Ma questa corsa alla svendita difficilmente giunge ad essere percepita dall'acquirente finale. Perché? Da una parte c'è il produttore che non vuole che si sappia, per motivi di immagine, che vende il suo vino anche con sconti del 40-50%: dall'altra vi sono i vari canali distributivi (agenti, distributori, GDO, enotecari, ristoratori) che "limano" molto questa diminuzione dei prezzi, che spesso quindi si traduce in un semplice non aumento.

E così, secondo me, si dimostra ancora una volta come il mercato italiano sia fondamentalmente provinciale.
Da altre parti, Francia in testa, di fronte ad una crisi dei consumi i produttori agiscono uniti e, spalleggiati anche dalle istituzioni, abbassano tutti assieme i prezzi. Questo atteggiamento sfocia praticamente in una grande campagna promozionale sul vino dove il messaggio "compralo adesso che costa meno" paga sempre.
In Italia invece ogni produttore fa razza a sé e giura al mondo di non avere problemi, salvo che per vendere cinque cartoni deve regalarne altri cinque.
Tanto per fare un esempio: poco tempo fa, nella zona della Loira, lo Stato francese ha autorizzato (per aiutare le vendite e scongiurare la sovrapproduzione) l'espianto del 7% dei vigneti di Muscadet, uno dei vitigni più famosi della regione. La cosa è stata vissuta non come una tragedia ma come un'opportunità per migliorare il prodotto.
Pensate - se la stessa cosa avvenisse nel Chianti, nel Barolo o a Montalcino - cosa potrebbe accadere ed avrete la misura di quanto siamo lontani da un sano mercato.

Comunque, sano o non sano, è il momento di farsi una bella cantina a prezzi che difficilmente ritroveremo tra qualche tempo.


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