di Renzo Ricchi

Era nato a Marradi, sulle montagne, Dino Campana. Ma a Marradi non l'avevano mai amato. Come non l'aveva mai amato la madre, istigatrice nei confronti del padre per far ricoverare Dino in questa o quella casa di cura.
Dunque un bambino, un ragazzo, un giovane, un uomo solo e disamato. Povero Campana. Si raccontano tante cose di lui. Per esempio che a volte, la mattina, si sedeva al bar di fronte al Comune e scriveva poesie a matita sul piano del tavolo, che era di marmo. Quando se ne andava, il cameriere cancellava tutto con un panno bagnato.
Altre volte veniva a Firenze a piedi, attraverso le rupi e i boschi, magari indossando solo una camicia di lana. E a piedi se ne tornava al paese soffermandosi ore, anche notti e giorni, nella boscaglia.

In una di quelle sue discese nella Firenze dei grandi letterati dette l'unica copia del suo libro, manoscritta, ad Ardengo Soffici. Che la perse. Immaginate cosa non provò Campana. Minacciò cruente vendette, ma alla fine fece l'unica cosa che c'era da fare: riscrisse, a memoria, tutto il libro.
Glielo pubblicò, con un sacco di errori di stampa, un tipografo locale. Il suo libro, il suo unico libro: I Canti Orfici.
Anni dopo, quando tutti i personaggi del suo tempo erano scomparsi, fu trovato l'originale: non solo Campana non aveva dimenticato una sola pagina, ma il testo riscritto a mente è risultato migliore di quello perduto.

Un bel giorno il poeta - che negli ultimi anni girovagava per tutto il mondo, spesso rimpatriato da varie polizie e più volte ricoverato in clinica - incontrò una donna affascinante e appassionata: Sibilla Aleramo. Una grande fiammata ma forse anche, per lui, la consapevolezza di non sapere amare. Fu una breve, tormentata relazione.
Alla fine Dino, disperato, si fece ricoverare in un manicomio nei pressi di Firenze. Vi dimorò 14 anni, forse i più sereni della sua vita. In quel luogo triste aveva ritrovato la tranquillità del ventre materno. Una protezione. Un po' di consolazione. Dolce, grande, povero Dino Campana.