Scritto da Miriam Serni Casalini |    Marzo 2001    |    Pag.

Il nonno sovversivo
Il mio nonno aveva due nomi: Silvio battezzato al fonte, Ottavio cittadino all'anagrafe. Ma non contava per due. Non era certo un uomo autoritario. Il nonno era un buonumore, simpatico, dalla battuta arguta e facile. Lavoratore quel tanto indispensabile. Spendaccione più del necessario e del reddito. Amava il buon vino e la buona tavola. Malgrado questo amore non l'ho mai visto ubriaco. Semmai più allegro e loquace, segno di buon carattere, se... "in vino veritas".
Con noi ragazzi era dolce e indulgente.
Si era fatto tutta la guerra del '15-'18. Si vantava di aver scansato con agile maestria granate e proiettili ed era riuscito a guarire dalla "spagnola" curandosi con sigaro e grappa, che si faceva portare di nascosto da un infermiere compiacente, mentre i suoi compagni con le medicine morivano come mosche.
Delle sue esperienze di guerra, da buon ottimista, ci raccontava solo episodi divertenti. Era orgoglioso di aver combattuto per la patria e conservava un fondo di rancore contro i tedeschi, infatti non digerì mai l'asse Roma-Berlino.
Comunque di politica non se ne interessava né poco né punto. Credo che inconsapevolmente fosse anarchico. Non avrebbe mai toccato niente che appartenesse ad altri. Forse una donna. Quella sì.
Nel ventennio, come ex combattente, ricevette varie "cartoline precetto" per riunioni in sezione. La "Dante Rossi" era la nostra Casa del fascio o gruppo rionale, prima in via Ghibellina, poi quella nuova in via dell'Agnolo, dove ora c'è l'ufficio tecnico erariale.
Ignorò sempre "l'invito", finché, preso di mira per le sue assenze, fu costretto a presentarsi, sollecitato anche da un pezzo grosso del fascio che stava per le nostre stesse scale e che spesso lo aveva giustificato facendolo passare come un semplicione di campagna.
Così il nonno raccontava la sua "inquisizione": «Mi fecero aspettare più di un'ora. Poi mi fecero entrare in una stanza tutta parata di gagliardetti con teschi e ossa di morto. Di là da un tavolo c'erano cinque o sei in camicia nera, i' fez con "l'uccellone" e certi ceffi che non promettevan nulla di bono. Io, ritto ni' mezzo.
Eh, s'ha andà bene, pensai.
- Saluto al Duce!
- A noi!, risposi. Poi comincionno a dire: Voi non avete fatto... Voi non siete mai venuto... Voi siete un sovversivo... Voi siete sempre da' i' vinaino di via de' Neri, noto covo di "bigi"... Anche voi siete un "bigio"...
- Veramente io ci vo a bere un quartino e basta..., azzardai.
- Silenzio! Ringraziate che siete vecchio, sennò... Insomma, voi non fate il vostro dovere!
Allora mi riscaldai anch'io.
- Sì, io i' mi' dovere l'ho fatto! Sono un combattente della grande guerra.
A quel punto saltò su un gioanino stizzoso, co' una faccia da stitico, che strillò:
Voi non l'avete fatto i' vostro dovere, sennò vu' saresti morto!
- Bravo bischero! Mori te allora, se tu vo' fare i' tu' dovere, musino di seghe!
Comincionno tutti a ridere e mi dissero: Andate, andate bon'omo».
E bravo nonno. Con una battuta tutta fiorentina aveva sdrammatizzato una spinosa situazione. Forse l'avranno giudicato davvero un semplicione. Ma non lo era.