Scritto da Miriam Serni Casalini |    Settembre 2000    |    Pag.

Il presepio luminoso
Era il 1934. Mio nonno Ottavio giocò una quaterna al lotto e vinse oltre ottomila lire. Per quei tempi erano tanti soldi, forse come ottanta milioni oggi. Quella pioggia di soldini non sarebbe potuta capitare più "a fagiolo".
Il nonno, unico uomo in famiglia, era magazziniere in una ditta di costruzioni, e per questo motivo godevamo anche dell'uso di un modesto quartierino prospiciente il cortile del magazzino. Purtroppo, da diversi mesi, il nonno era disoccupato perché la ditta era stata chiusa per fallimento. Di lì a poco avremmo dovuto lasciare la casa. Avevamo trovato un altro appartamento più grande nella stessa via, ma lì c'era da pagare la pigione... Eravamo in cinque: i nonni, la zia Ritina, quasi della mia età, la mamma ed io. Ora solo mia madre aveva uno stipendio fisso.
La nonna piangeva e sospirava snocciolando rosari, ma il nonno disfaceva le sue devozioni moccolando con colorita fantasia, come riesce a fare solo un fiorentino inca...volato. In questa singolar tenzone le preghiere della nonna ebbero evidentemente la meglio.
Il nonno sognò un suo figlio morto diciottenne, che gli diede quattro numeri da giocare al lotto: 3, 6, 9, 40. Li giocò. Cinque lire su tutte le ruote. Non uscì niente. Neppure la seconda settimana.
Dopo i due deludenti tentativi il nonno era ormai deciso a rinunciare, anche perché non aveva in tasca nemmeno un centesimo. "Lui ha le mani bucate - diceva la nonna -, quanti ne nasce e quanti ne muore". Perciò la cassa - si fa per dire - la teneva lei. Anzi, sapendo che spesso e volentieri il suo borsellino era "visitato" dal marito, amante del quartino dove affogava tristezze e ristrettezze, lei, quei pochi, li nascondeva nei più impensati cantucci.
Nella notte tra il venerdì e il sabato il nonno sognò ancora il su' figliolo, che gli fece vedere i soliti numeri inondati di luce. Bisognava assolutamente giocare! Così il nonno arraffò di soppiatto il famoso borsellino. Dentro c'erano solo due lire e quelle giocò al botteghino di via de' Neri.
I numeri uscirono tutti!
Ero piccola, ma come non ricordare l'evento vissuto infinite volte come narrazione di favola familiare? La nonna Palmira che non riusciva a dormire per l'eccitazione e la paura che dal "pagherò" si sbiadissero e scomparissero i numeri vincenti, il nonno Ottavio che, pur ilare e giulivo, imprecava per "solo due lire, chissà dove li aveva nascosti gli altri la vecchia spilorcia con la mania dei cantucci...", la mamma che faceva progetti pratici e castelli in aria, lumini, ceri e Sante Messe in suffragio dei morti, che col loro aiuto avevano aperto uno spiraglio di luce in tanto buio.
E poi la festa. Per i fiorentini, per i poveri diavoli, quando c'era qualcosa da festeggiare il massimo era andare a mangiare la frittura di pesce alla Nave a Rovezzano o dal Gobbo a Bellariva. Noi non facemmo eccezione. Stipati in due carrozze con qualche parente e qualche intimo amico andammo a fare la nostra "ribotta".
Un altro motivo rese memorabile quel giorno. La zia Ritina ed io, per soddisfare un nostro bisognino, scendemmo la scarpata verso l'Arno e da bimbe di città, ignare di botanica, ci pulimmo con foglie d'ortica. Inutile fare commenti...