Un luogo che racconta un pezzo di storia del Casentino e del Paese

Scritto da Pippo Russo |    Luglio-Agosto 2018    |    Pag. 38

Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

Foto P. Russo

Stia

È un pezzo di Toscana, dove continua a sopravvivere un'eccellenza. A Stia, nel cuore del Casentino, lì dove l'artigianato si è trasformato in industria, e da ciò è scaturito molto più che produzione di beni e sviluppo economico. Perché intorno alla manifattura tessile hanno preso forma uno spirito di comunità e un’identità collettiva tuttora esistenti, nonché capaci di portare questo territorio verso i livelli d’avanguardia della rivoluzione industriale italiana. Si ha piena coscienza di tutto ciò mentre si cammina per le sezioni del Museo dell'arte della lana, uno spazio di straordinaria ricchezza non soltanto in termini di materiali didattici e di reperti risalenti a un’altra epoca. Perché dentro quel vasto spazio espositivo si racconta un pezzo della trasformazione di questo Paese, da una condizione d'arretratezza agricola alla crescita verso lo status di potenza economica mondiale. Ricavato nel complesso dell'ex lanificio di Stia, a cui è stata data nuova vita dopo un lungo periodo di abbandono, il museo mostra una particolare ricchezza. Persino vitalità, per quel suo essere uno spazio variegato e pulsante. Racconta di una zona ben specifica del territorio toscano, ma anche del modo in cui alcune aree d'Italia abbiano avuto la fortuna di vivere il processo d'industrializzazione coniugando sviluppo economico e progresso sociale. Non ovunque la crescita economica e industriale è avvenuta nel rispetto delle relazioni comunitarie e dei diritti degli operai. Il che invece si è verificato in questo pezzo di Toscana, che intreccia la propria vicenda economica e sociale con un altro territorio italiano, la cui storia si pone all'avanguardia nel coniugare lo sviluppo di economia e società. Ed è davvero curioso che fra le due cittadine che costruiscono questo sodalizio a distanza vi sia persino una stretta assonanza di nome: Stia e Schio, in Veneto.

Dal Veneto al Casentino

La figura di raccordo fu Giovanni Sartori, e di ciò testimoniano i dati anagrafici che segnano i punti estremi della sua esistenza: nato a Schio nel 1854, morto a Stia nel 1918. Sartori fu allievo di Alessandro Rossi, l'imprenditore illuminato che a Schio fondò il Lanificio Rossi. Formato a quella scuola, Sartori si spostò dal Veneto per portare in Toscana una cultura delle relazioni industriali basata sul rispetto per i diritti delle classi operaie e sul miglioramento delle condizioni di vita nella comunità locale. Il percorso storico è soltanto parte dell'allestimento museale, che è molto vasto, e offre al visitatore una straordinaria gamma di suggestioni. Sono almeno altri due i filoni tematici da seguire. Il primo è quello che ripercorre a fondo l'arte tessile e lo sviluppo della relativa economia. Di ciò viene analizzato ogni aspetto: risorse naturali, tecniche e strumenti, aree geografiche e culture locali, rotte commerciali. Il tutto viene raccontato grazie all'utilizzo di pannelli didattici, di strumenti e macchine da lavoro, di campioni di stoffa perfettamente conservati, nonché disponibili al tatto. Il secondo filone è quello che mette in mostra i pesanti e complessi macchinari che hanno permesso la produzione su larga scala di materiali tessuti. Molti strumenti sono presenti nel museo. E quanto al loro funzionamento, esso viene messo in mostra attraverso i supporti multimediali. A disposizione dei visitatori alcuni filmati, il cui avvio dipende da grandi pulsanti rossi che simulano l'accensione di uno dei macchinari. Si può così ammirare il complesso funzionamento di apparati che trasformavano l'arte della lana in produzione di massa, ma senza disperderne minimamente la qualità di fattura. Nel frattempo, molte cose sono cambiate. E come diverse altre zone d'Italia e della Toscana, anche questo frammento di Casentino ha dovuto affrontare l'impatto brutale della de-industrializzazione. Che ha destrutturato gran parte dell'apparato produttivo, ma non l'ha azzerato, perché sopravvive la linea del Panno del Casentino. Giacche e cappotti di particolare fattura, che costituiscono un'indiscussa eccellenza. E in fondo, tale traiettoria rappresenta un modello di sopravvivenza alla de-industrializzazione: smobilitata la produzione di massa, si torna all'artigianato d'alta qualità. Un caso da studiare.

 

Museo dell'Arte della Lana, via Giovanni Sartori 1 – Stia (AR). Orari: martedì, mercoledì e venerdì 10-13, giovedì 10-13 e 16-19 (orario estivo), sabato e domenica 16-19 (orario estivo), chiuso il lunedì. Agosto: dal martedì alla domenica 10-13 e 16-19. Ingresso 5 euro.

 

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