Dalla pizzica pugliese alla viddanedda calabrese: gli scatenati balli del sud Italia, riscoperti anche dai più giovani

Scritto da Giulia Caruso |    Giugno 2006    |    Pag.

Giornalista Si è formata professionalmente come collaboratrice stabile della cronaca toscana de l'Unità, redazione cultura e spettacoli, dal '90 al '97, per la quale si è occupata di musica - in prevalenza rock - moda, costume e cinema. Attualmente collabora con il Corriere di Firenze per il quale è corrispondente per la cronaca locale da Empoli, e per il mensile Rockstar. Esperta di linguaggi e culture giovanili, di viaggi e turismo, è inoltre appassionata di enogastronomia.

Il morso della tarantola
Per la tradizione è tutta "colpa" di un simpatico ragnetto
se, per secoli, uomini e donne di Puglia, Campania, Calabria e Basilicata si sono lasciati trascinare da un ritmo indiavolato e allegro. Ma basta ripercorrere la colorata storia della tarantella per accorgersi che il ragnetto in questione, cioè la Lycosa tarentula, è invece innocente, visto che il suo morso non produce i devastanti effetti di cui si favoleggia nelle storie dei "tarantolati". Secondo fonti accreditate, il "tarantolismo" o "tarantismo", fenomeno rituale di natura magico-religiosa, era vivo soprattutto nella zona di "Tarentum", l'antica Taranto, e in tutta quell'area della Magna Grecia che si affacciava sullo Ionio. Secondo altre fonti, i balli dei tarantolati erano una derivazione locale delle danze che accompagnavano i culti dionisiaci. Negli ultimi anni la taranta e la pizzica, altro ballo originario della Puglia, hanno conosciuto una nuova popolarità, soprattutto tra i più giovani: La notte della Taranta, il festival organizzato ad agosto nel Salento, richiama ogni anno migliaia di scatenati ballerini.

Per cominciare a parlare della nostra tarantella bisogna fare, è il caso di dirlo, un salto fino al XVIII secolo. Infatti, già dal '700, la tarantella comincia ad assumere forme molto simili a quelle attuali. Si ballava sia in gruppi organizzati sia in coppia, come danza di corteggiamento. Era anche ballata da sole donne e anche da coppie di uomini, come nella tradizione calabrese, sfatando così un luogo comune che vuole che la tarantella sia essenzialmente una danza di corteggiamento a sfondo erotico. «Ciò significa che l'aspetto erotico non è una delle funzioni della danza in genere ma va inserito in un orizzonte antropologico più vasto», sostiene Giuseppe Michele Gala, responsabile dell'associazione culturale "Taranta" di Firenze.

Tra le molteplici varianti della tarantella, quella più nota e pittoresca, quindi turisticamente più appetibile, è certamente la tarantella sorrentina. Già fin dai primi del '900 la tarantella rappresentava una delle attrazioni preferite dai facoltosi visitatori inglesi e tedeschi che sceglievano la costiera amalfitana per le loro vacanze al sole. E ancora oggi "la sorrentina" costituisce il piatto forte per gli attempati turisti stranieri, in cerca di colore locale nei ristoranti tipici della zona. Lo spettacolo della tarantella sorrentina, aggraziato, elegante e brioso, si rifà al tipico rituale d'amore, con l'amato che si inginocchia ai piedi dell'amata che continua a fare la ritrosa, mentre intorno ai due si scatena il festoso "bailamme" di coloratissimi tamburelli, putipù, scetavaiasse, tric e ballac, strumenti tipici della tradizione partenopea, oltre ai consueti chitarra e mandolino.

L'espressione tipica del ballo calabrese è invece la cosiddetta viddanedda, che ha radici elleniche vista la sua somiglianza con il greco sirtaki, forte soprattutto nelle comunità contadine e pastorali. I danzatori si ponevano in cerchio e a turno venivano chiamati da mastru d'abballu, cioè il maestro di ballo, che aveva il compito di dirigere le danze al grido di fora u primu, fuori il primo. Nel caso di coppie maschili, la danza diventava una vera e propria sfida in cui i due avversari, dopo essersi squadrati a colpi di passi sempre più complicati e veloci, cercavano di spingersi verso il centro del cerchio. Gli astanti battevano le mani e incitavano i due ballerini, mentre la velocità crescente metteva a dura resistenza i due campioni. Alla fine interveniva il mastro d'abballu per sedare i bollenti spiriti, spesso accesi dal vino che naturalmente circolava in abbondanza. Strumenti tipici della tarantella calabrese sono l'organetto e naturalmente il tamburello. Nelle forme più arcaiche, la tarantella era accompagnata da a ciaramedda, cioè dalla classica zampogna calabra.
Nella versione "amorosa" della viddanedda, i primi passi di danza sono lenti. Via via diventano sempre più veloci. Il cavaliere batte il ritmo con le mani, a volte in aria e a volte sotto la gamba alzata, cercando di girare intorno alla dama che esegue delle piroette per sfuggire all'assedio, a passettini aggraziati e veloci, cingendosi la vita con le mani. E alla fine lascia scivolare u muccaturu, cioè il fazzolettino, in segno di assenso. Gran finale con i due che ballano spalla a spalla, tra gli applausi dei presenti.



Si riteneva che il veleno del ragno provocasse episodi di convulsione e che la tarantella fosse in grado di scacciarli riproducendoli nel ballo: una sorta di esorcismo a carattere musicale

Info: Taranta-Associazione culturale tradizioni popolari
Via degli Alfani 51, Firenze
Tel. 055 295178 - www.taranta.it