Una passione tutta italica che si è intensificata dall’unità nazionale ad oggi

Scritto da Pier Francesco Listri |    Giugno 2012    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Il vizio nazionale della monumentite, che copre la storia e le piazze italiane dall'unità nazionale fino ad oggi, sfiora ahimè - sebbene con minore insistenza - anche la città di Firenze; che forse per essere di per sé un bellissimo museo all'aperto fra scenari di superbi palazzi, ha trattenuto la mano degli amministratori dall'elargire troppo inutili e spesso brutte statue e monumenti.

La retorica del marmo
La monumentite, cioè la retorica ed esuberante mania di elevare monumenti e statue, ha vissuto una sua caparbia insistenza. Non che prima non ci fossero qua e là anche in sedi pubbliche statue e monumenti (con una certa predilezione per quelli equestri). Vedi il granduca Cosimo I a cavallo del Giambologna (1594) in piazza Signoria o il curiosamente seduto Giovanni dalle Bande Nere, padre del precedente, opera di Baccio Bandinelli (1540), situato su un angolo improprio di piazza San Lorenzo, e naturalmente fatti salvi i grandi monumenti della Loggia dei Lanzi e il David michelangiolesco le cui copie troneggiano davanti a Palazzo Vecchio e a piazzale Michelangiolo.
La retorica unitaria ha calcato la mano nell'arredo urbano delle nostre città e dei nostri paesi. Al domani dell'Italia Unita, si cominciarono a glorificare nel marmo e nel bronzo, non solo i protagonisti, da Mazzini a Garibaldi (quest'ultimo in tutte le salse), ma anche i generali e i comandanti di cui Firenze ha un esempio in piazza san Marco di quel Manfredo Fanti, del Pio Fedi, sul cui capo staziona eternamente un piccione. Più sobri e più tardivi due monumenti, nella storica piazza di Barbano oggi piazza Indipendenza, dedicati al grande Bettino Ricasoli, opera del Rivalta, e al vispissimo sindaco di Firenze Ubaldino Peruzzi, modellato dal Romanelli.


(Foto di F. Chiantini)

Dedicati ai caduti
Passata l'epica risorgimentale, una nuova ondata di monumentite si ebbe alla fine della prima guerra mondiale, quando ogni città e anche ogni piccolo paese vollero elevare un ‘monumento ai caduti'. Un bel libro dedicato a questo tema è il recente Architetture e statue per gli eroi del sagace e competente storico, nostro concittadino, Carlo Cresti. Allora fu soprattutto effigiato il ‘fante', prototipo della vittima più indifesa e popolare, finito nelle trincee o all'assalto. Osservando gli innumeri monumenti di questo tipo (ogni paesino ne ha uno), si nota curiosamente che spesso il fante è scolpito o modellato nudo, magari con l'elmetto; ha poi accanto l'immancabile bandiera lacera, e non di rado è sovrastato da una vittoria alata. Poi una lunga pausa, per altro sovrastata dall'architettura monumentale del regime fascista, a Firenze però assai modesta.
La fine della seconda guerra mondiale - quando gli infiniti caduti non erano più solo i soldati ma anche i civili - suscita un'altra ondata di monumenti, questa volta dedicati ora alla Resistenza ora alla Pace.
Col tempo evolvono anche scultura e architettura. Nei decenni più recenti l'informale ha battuto la ritrattistica classica e la statuaria tradizionale: può bastare una stele di cemento per simboleggiare tanto le stragi subite quanto la pace desiderata.

Da Pistoletto a Folon
Torniamo a Firenze. Questa città s'è detto è abbastanza indenne dalla monumentite retorica, forse perché vi si respira un realismo dissacrante. Non ha evitato però un monumento equestre a Vittorio Emanuele II (dello Zocchi 1890), curiosamente esiliato però da piazza della Repubblica (che cambiando nome non poteva avere un monumento monarchico) al più periferico piazzale di Vittorio Veneto. Uguale destino vagabondo ha subito la trista statua di Dante di Enrico Pazzi che dal centro di piazza Santa Croce è ora relegata ai margini, presso la scala della basilica. Più stabile, dello stesso Pazzi, l'egualmente tetra statua del Savonarola nella piazza omonima.
Di anni assai recenti è il monumento a Mazzini (a un capo del viale a lui dedicato), da qualcuno scambiato per Giuseppe Verdi.
Con un passo indietro va ricordato il Garibaldi, di Cesare Zocchi, eretto presso villa Favard nel 1890. Qualche anno prima Ulisse Cambi aveva eseguito il tranquillo monumento a Goldoni nella piazza omonima.


Firenze ha un altro primato, credo: quello di avere elevato un monumento a un suo illustre turista. Infatti, sull'Arno all'Indiano, fu messo nel 1874, e naturalmente c'è ancora, un busto dello sfortunato principe indiano Cattraputti che, in visita a Firenze, richiamato dalle sue bellezze, vi morì improvvisamente; fu cremato sulle rive del fiume.
S'è detto che oggi la ritrattistica e i monumenti hanno cambiato volto e aspetto, ed eccone due esempi fiorentini. L'uno è in quel di Porta Romana, firmato da Michelangelo Pistoletto negli anni '80 titolato Dietrofront che ha suscitato a lungo ironiche perplessità nei fiorentini, perché rappresenta una figura di donna che porta sopra il capo una lunga tavola di marmo di cui è difficile comprendere il significato. Assai più felice invece, per la sua poetica e ironica finezza la statua firmata dal grande Jean-Michel Folon elegante scultore e pittore belga (bellissima la sua grande mostra recente al Forte di Belvedere), che rappresenta un ometto in palandrana, nostro contemporaneo, che si ripara dalla pioggia di una fontana con l'ombrello aperto. Involontario simbolo dei problemi che oggi piovono sulla città di Firenze.