A Montereggio, in alta Val di Magra, 200 anni fa un giovane intraprendente ebbe un’idea geniale…

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Ottobre 2008    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Con quel nome così pomposo e importante – Montereggio, da Mons Regis, dunque Monte del Re - potremmo essere indotti ad immaginare chissà quali gesta o eroiche storie. Facendo correre solo un po’ la fantasia si può pensare ad una reggia maestosa, a una residenza di personaggi di grande fama, magari a episodi guerreschi che hanno fatto la storia del nostro paese. Invece niente di tutto questo. Come, spesso, “l’abito non fa il monaco”, anche un nome altisonante può qualche volta celare origini meno aristocratiche di quel che vorrebbe far credere. Montereggio è un borgo sugli Appennini dell’alta Val di Magra, a due passi dal confine con la Liguria e a tre da quello con l’Emilia-Romagna; un paese che si snoda lungo un’unica strada ed è abitato da non più di cinquanta persone (ma nel 1832 erano 317).
Fra gli edifici di un certo rilievo si possono annoverare il Palazzo dei Malaspina di epoca rinascimentale ma innestato su un più antico castello del quale rimangono due torri inglobate nella successiva costruzione, e due chiese – una all’inizio del paese e una nel suo centro – ambedue stranamente dedicate allo stesso santo, Apollinare. Niente, nella sua storia e nel suo tessuto urbano, che faccia pensare a qualcosa di regale. Una risposta si può trovare dando credito a una tradizione (non confortata da alcun documento), secondo la quale, durante la dominazione longobarda – VI e VII secolo – un qualche re conquistatore avrebbe installato qui un proprio rappresentante, ovvero un gastaldo, autorizzandolo a dire in giro che quel territorio, nel nostro caso un monte, apparteneva al re.

Ma se Montereggio non ha niente di regale in senso stretto, non si temono smentite asserendo che questo piccolo paese appenninico può fregiarsi del titolo di “Re del libro”. Perché qui tutto ruota intorno alla carta stampata. Non c’è un abitante che non viva, direttamente o indirettamente, di libri; non c’è una strada, un vicolo, una piazzetta, un monumento, una targa che non rimandino ad essi. E non è da oggi che questo avviene. Lasciando da parte la leggenda ad insinuare che per primo sia stato un montereggino addirittura nel 1500, è dall’Ottocento che la faccenda è diventata seria. In quell’epoca di grande povertà e di forte emigrazione, probabilmente qualcuno del posto avrà fatto una riflessione del genere (che potrebbe essere attuale anche oggi): «Se la gente non va in libreria, sarò io ad andare dalla gente».
È stato così che un giovane intraprendente ha preso una gerla, l’ha riempita di libri, se l’è messa sulle spalle ed è partito per le strade del mondo in cerca di clienti. Dal momento che l’idea funzionava, da uno sono diventati dieci, poi venti, alla fine tutti (o quasi) i maschi giovani e meno giovani di Montereggio attraversavano gli Appennini, si rifornivano di libri dagli editori del nord e giravano di casa in casa, di villaggio in villaggio, e infine nelle grandi città. Leggenda vuole che quasi tutti gli ambulanti di Montereggio fossero analfabeti, ma con un ottimo fiuto nella scelta dei titoli che potevano vendere meglio. E nella seconda metà dell’Ottocento, con l’Italia in grande fermento sia per liberarsi dello straniero sia per cercare una non facile unità, i libri che interessavano di più non potevano che essere quelli di carattere patriottico. I nomi degli autori che andavano per la maggiore erano Mazzini, Gioberti, Silvio Pellico, Massimo D’Azeglio…

Esemplare, a questo proposito, è la disavventura capitata ad un montereggino, Antonio Rinfreschi, che fu bloccato dalla polizia austriaca con la gerla piena di libri la cui vendita era proibita; questi gli vennero prontamente confiscati. La targa con la quale si ricorda l’episodio sulla facciata di una casa del paese non precisa quali furono, se ci furono, le pene alle quali fu sottoposto; riferisce solo che Antonio, col babbo e con i fratelli, dovette ricominciare da zero.
Con il passare del tempo la gerla fu poi sostituita con un carretto trainato da un asino e quindi, quando forse qualcuno cominciò a mostrare una certa stanchezza nell’andare in giro, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana nacquero le bancarelle sistemate nei punti di maggior transito delle città (solo con la buona stagione gli ambulanti facevano ritorno al paese natio). Da qui è nato il “Premio Bancarella”, che dal 1952 ha reso famosa Pontremoli e tutta l’alta Lunigiana.
Oggi il piccolo Montereggio, ben restaurato e curato fin nei minimi dettagli, si presenta come un omogeneo monumento al libro e ai suoi creatori. Ogni strada o piazza è intitolata al nome di un editore; ogni piccolo slargo è usato per mettere in vendita volumi vecchi e nuovi; non manca una pregevole scultura in onore dell’ambulante con un libro in mano; perfino una delle due chiese viene utilizzata, più che per cerimonie religiose, per incontri, convegni e mostre, tutte dedicate ad un solo argomento.

Ma non di soli libri vive la Lunigiana. Queste valli erano percorse, mille anni fa, dalla via Francigena, la strada che – il nome stesso parzialmente lo indica – univa l’Inghilterra e la Francia all’Italia e dunque ha sempre conosciuto una certa densità abitativa testimoniata da castelli, pievi, austere ville.
Nelle immediate vicinanze di Montereggio alcune località, piccole e nascoste, meritano una visita e una sosta culturalmente ristoratrice. Castevoli, per esempio, può essere una delle mete da prendere in considerazione. Con il suo castello e il borgo risalenti al Mille, per volontà degli Estensi passò, due secoli più tardi, ai Malaspina, e dopo altre vicende più o meno cruente ha conosciuto un paio di secoli di totale abbandono.
È rinato nella seconda metà del Novecento per volontà di un artista italiano e della moglie svizzera che hanno provveduto alla ristrutturazione. Adesso appare nella sua imponente veste originaria, contiene arredamenti d’epoca, opere d’arte anche contemporanea ed è visitabile su richiesta. In zona è quasi inevitabile una sosta a Mulazzo, con i suoi vicoli in pendenza vertiginosa, le sue case in pietra, le sue memorie, quasi su ogni facciata di edificio, della non breve né casuale presenza di Dante Alighieri. Ma qui siamo nel capoluogo e il paese conta più di cento abitanti: troppi per trovare posto nei nostri itinerari dedicati alla Toscana “minima”.

Il castello
Castevoli
Castello dei Malaspina
visite su appuntamento
tel. 0187850500
0187850490

Info: www.montereggio.it


Foto di Carlo Valentini


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