L'uso e l'abuso di farmaci per la depressione e l'ansia

Scritto da Alma Valente |    Marzo 2009    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

«Il male che ci tormenta non è nel luogo in cui ci troviamo, ma è in noi stessi. Noi siamo senza forze per sopportare una qualsiasi contrarietà, incapaci di tollerare il dolore, impotenti a gioire delle cose piacevoli, sempre scontenti di noi stessi».

Così Seneca descriveva nel I° secolo d.C. quella che oggi viene chiamata depressione. Una patologia purtroppo molto frequente nel nostro Paese, e non solo.
Visitando i siti di Eurispes e Federfarma emergono questi dati: «in Italia sono circa 5 milioni i cittadini che soffrono di questa patologia, un numero destinato a crescere, considerando che il 50% dei casi non viene diagnosticato. La fascia di età varia tra i 45 e i 64 anni, ma anche i giovani sono interessati, con il 7% degli adolescenti e il 2% circa dei bambini. Le categorie più colpite sono le donne, soprattutto le casalinghe (40%), seguite dai pensionati (14,5%); in coda gli agricoltori (3,4%). Infine, i farmaci antidepressivi sono, insieme agli ansiolitici, ai primi posti nella classifica dei più venduti: 27 milioni di confezioni all’anno».

 

L’aiuto degli psicofarmaci

Ma cosa sono e come agiscono questi farmaci?
«Innanzi tutto - spiega il dottor Francesco Rotella, psichiatra presso l’Università degli studi di Firenze - è necessario precisare che gli antidepressivi si chiamano così per ragioni storiche, in quanto furono scoperti ed utilizzati per la prima volta nel trattamento della depressione. Tuttavia, oggi, sono usati anche per altri disturbi come, ad esempio, i disturbi d’ansia».

Da un punto di vista neurobiologico sono molecole che hanno la capacità di agire a livello del sistema nervoso centrale.
«Fra le loro azioni, - prosegue Rotella - gli antidepressivi sono in grado di riequilibrare i livelli di serotonina, uno dei neurotrasmettitori maggiormente coinvolto nei disturbi dell’umore. Recentemente inoltre è stato dimostrato che, nel lungo termine, questi farmaci hanno anche la capacità di favorire la crescita di nuove cellule nervose e di aumentare la connessione tra di loro».

Ma quanto tempo è necessario per avere un effetto dall’inizio della terapia?
«La risposta agli psicofarmaci è molto variabile da individuo a individuo – ci dice la dottoressa Elena Cavalieri, psichiatra presso l’Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi, Firenze -. Generalmente quando si parla di antidepressivi si deve considerare che gli effetti terapeutici iniziano dopo due-quattro settimane, ma in alcuni casi è necessario aspettare anche di più, tenendo conto del fatto che in questo periodo solitamente occorre aumentare il dosaggio fino al raggiungimento della dose efficace».

E per quanto tempo devono essere presi?
«Nonostante che l’effetto terapeutico venga generalmente raggiunto in tempi non brevissimi, ma ragionevolmente adeguati, - continua la dottoressa Cavalieri - alla luce degli effetti positivi che questi farmaci hanno nel lungo termine, è indicato mantenere la terapia almeno per un anno. Occorre comunque monitorare l’andamento della terapia e valutare caso per caso quando interromperla, programmando una progressiva riduzione del dosaggio».

Molte persone però hanno paura ad assumere questi farmaci. Esistono controindicazioni?
«In generale gli antidepressivi, soprattutto quelli di ultima generazione, - risponde il dottor Rotella - sono farmaci ben tollerati e senza particolari controindicazioni, se non quelle relative a specifiche intolleranze ai principi attivi o ai suoi eccipienti, che però valgono per qualsiasi medicamento. Naturalmente la prescrizione non può prescindere da una rigorosa valutazione della storia clinica e delle condizioni generali di salute del soggetto».

E per quanto riguarda gli effetti collaterali?
«Solo in rari casi sono così intensi da causare una significativa modificazione della qualità della vita della persona. Effetti che generalmente tendono a ridursi con il passare del tempo».

Occorre dunque fare una attenta analisi del rapporto tra costi e benefici nella scelta e nel mantenimento della terapia?
«Certamente - prosegue il dottor Rotella -. Infatti solo nel caso in cui gli effetti collaterali, superino i benefici terapeutici, occorre prendere in considerazione l’ipotesi di sospendere o cambiare il farmaco. Per quanto riguarda la grande paura della dipendenza, è necessario smentire tale credenza. I farmaci antidepressivi, infatti, non danno dipendenza fisica e, se opportunamente somministrati, non creano alcun problema al momento della sospensione».

 

Rimedi naturali

Ma al riguardo abbiamo voluto sentire anche la voce di chi si occupa di “rimedi naturali” per capire se vi siano delle soluzioni alternative e, perciò, abbiamo rivolto la domanda a Maila Curini, titolare del punto vendita Erboristeria Antica Natura a Roma.

«Un ottimo antidepressivo naturale è l’iperico che agisce sul malumore, ansia e agitazione nervosa. L’uso prolungato a dosi elevate provoca foto-sensibilizzazione, soprattutto in chi ha la carnagione chiara. Ad oggi molte persone ricorrono a rimedi naturali proprio per non diventare dipendenti dal farmaco; a questo scopo, noi erboristi, possiamo intervenire anche con i fiori di Bach visto che la tipologia dei problemi spazia da situazioni di solitudine, ipersensibilità emotiva e paure varie legate anche ad attacchi di panico.
Naturalmente bisogna valutare caso per caso e, dove la situazione appare grave, è sempre consigliabile consultare un medico specialista. Una storia tipica è quella di una ragazza che, durante la gravidanza, ha dovuto sospendere i farmaci e sostituirli con rimedi naturali. All’inizio è andata in crisi per aver tolto improvvisamente il farmaco, poi, con l’aiuto dei fiori di Bach e di preparati fitoterapici a base di griffonia, magnesio, iperico e gingko biloba, la situazione è nettamente migliorata».

Ma allora per curare la depressione occorrono solo i farmaci o ci sono altre possibilità? Sentiamo il parere della dottoressa Cavalieri. «Per quanto riguarda la possibilità di assumere altri presidi, come prodotti omeopatici o di erboristeria, possiamo dire che non esistono evidenze scientifiche che ne dimostrino l’efficacia. L’effetto che può essere riportato con questi rimedi non deve trarre in inganno. Occorre tener presente che qualsiasi sostanza assunta, compresi i farmaci, ha effetti terapeutici aspecifici che si basano sulla relazione terapeutica con colui che la prescrive e con l’aspettativa di efficacia di chi li assume.
La differenza tra i farmaci antidepressivi e gli altri presidi è che i farmaci, per essere messi in commercio, devono dimostrare di avere un effetto terapeutico indipendente da tali fattori aspecifici. Diverso è il discorso per la psicoterapia, che invece ha dato scientificamente prova della sua efficacia e dunque può essere considerata un valido strumento nella cura della depressione».

L’argomento è complesso e richiede una gestione molto attenta. Vorrei lasciarvi, però, con un messaggio costruttivo. Capita a tutti di passare dei momenti brutti e di sentirsi tristi ed infelici, questo, però non vuol dire essere depressi: lasciamo la diagnosi agli specialisti del settore.

 

 

Grazie al cielo

Qualche giorno fa, andando a fare la spesa alla Coop di via Cimabue, proprio dietro l’angolo di casa mia, ho avuto di nuovo il piacere di incontrare una signora.

Perché dico di nuovo? Perché l’avevo già intervistata per la mia rubrica televisiva. Eravamo a fare la fila alla cassa e lei, piccina e vispa come un fringuello, mi ha visto e mi ha dato un bacio.

Solo allora l’ho riconosciuta e mi sono ricordata che è ultranovantenne e che vive sola. Allora, pensando a questo articolo che stavo scrivendo, le ho domandato se durante la sua lunga vita avesse mai sofferto di depressione.

Lei mi ha guardato con occhi benevoli ed ha sorriso rispondendomi: «cara, sapessi quanti pianti ho fatto in vita mia, però, pur essendo sola, ogni mattina esco e guardo il cielo: che sia nuvoloso o limpido lo ringrazio perché mi dà coraggio!»

Bella lezione di vita.