Il grande scrittore americano dimorò a Settignano e a Castello. Il suo rapporto conflittuale con la nostra lingua...

Scritto da Silvia Silvestri |    Gennaio 2006    |    Pag.

Pittrice Ha da sempre associato la sua professione alla ricerca della storia toscana. Attenta ricercatrice della tradizione, a cui si ispira principalmente nelle sue opere pittoriche, essa scrive diffusamente di quegli elementi di curiosità storica di cui è ricchissimo quello che è definito "il giardino d'Italia", la Toscana.

Il maestro e l'italiano
Alla fine del 1903 Mark Twain
sbarca con la famiglia a Genova, diretto verso Firenze; la scelta non è dovuta al fatto che sia la città di Dante o per le sue bellezze artistiche, ma per il suo clima, che aveva guarito lui quando dieci anni prima aveva soggiornato a Settignano, a Villa Viviani: lo scrittore sperava che questa volta avrebbe migliorato la salute cagionevole della moglie.
La signora Clemens, al contrario, era profondamente appassionata di storia e d'arte e le loro divergenti idee li portavano a frequenti discussioni. Lei era un'amante di Botticelli, mentre lui sosteneva che i pittori pre-raffaelliti rappresentassero l'infanzia dell'arte: «cosa diresti - diceva lui - se alla tua età continuassero a darti altro che latte per colazione, pranzo e cena?».

L'interesse di Twain era tutto per la lingua italiana; il suo metodo preferito per impararla era fermarsi durante le passeggiate in città a parlare con i ragazzini che giocavano in Arno, raccogliendo poi le sue scoperte linguistiche in due testi che verranno pubblicati come "Italiano senza maestro" e "L'italiano con un maestro".
Con la sua ben nota ironia, raccontava nei suoi scritti e nelle interviste vari divertenti episodi sui suoi disperati sforzi per apprendere la lingua. A un cronista del New York Times raccontò di aver provato a dormire con un testo di grammatica italiana sotto il cuscino, ma di non averne tratto alcun giovamento; allora, avendo notato che i fiorentini portavano in estate i capelli cortissimi, pensò che lì stesse il segreto: la sua folta capigliatura bianca impediva alla lingua di penetrare nella sua mente, e così si presentò a casa con i capelli rasati a zero.
Una volta si dichiarò pronto a passare alle mani con un fiorentino in Piazza Signoria, essendosi offeso a morte quando - dopo avergli detto frasi del tipo "questo libro è rosso" o "noi chiudiamo le nostre finestre", naturalmente volendo dire tutt'altro, l'uomo gli chiese: "che ha Ella?". Che offesa! Gli dava della donna? "Tanto valeva che mi chiamasse Nancy", protesterà poi raccontando l'episodio.
Twain, sempre giocando sulla sua incapacità di apprendere l'italiano, diceva che era una lingua troppo complessa e quindi poco efficace. «Prendiamo ad esempio il verbo "amare" - ironizzava -. Ci sono 57 modi di coniugare questo verbo, e nessuno è comunque in grado di convincere una ragazza a sposarti».

Quale residenza per il loro secondo soggiorno a Firenze, che avrebbe dovuto essere definitivo, presero in affitto per un anno la villa di Quarto, vicino a Castello. La villa si era fregiata del titolo di "reale" da quando era stata acquistata dalla granduchessa Maria di Russia, che la ampliò e la arricchì di decorazioni, togliendole però il suo carattere medievale. Era una villa immensa: la granduchessa vi aveva risieduto con una corte di cento persone, circondata da un parco di oltre 3 chilometri di circonferenza. Scherzando anche su questo, Twain raccontava di una famiglia loro amica, i Morley: da venti che erano, una volta sposatisi e avuto figli, la famiglia aveva raggiunto "proporzioni spropositate"; il suo intento era quello di trovare una casa abbastanza grande per poterli ospitare tutti a Firenze; ma non era sicuro che anche questa villa potesse bastare al bisogno...

È il 1904, e Mark Twain ha 69 anni. Nel giugno muore "la vita della sua vita", la moglie Livy (Olivia Langdon). Lo scrittore lascia Firenze con le figlie per non farvi più ritorno.

LA VITA
Il nome dal fiume

Samuel Langhorne Clemens (1835-1910), questo il vero nome di Mark Twain, adottò lo pseudonimo "rubandolo" al linguaggio fluviale: "mark twain", in gergo, indicava infatti due "tacche" sullo strumento che scandagliava il fondo e la profondità del fiume.
Nacque nel Missouri, e dopo la morte prematura del padre si adattò a fare diversi lavori, tra i quali il pilota di barca sul Mississippi, realizzando così il sogno di tutti i bambini del villaggio dove era cresciuto: diventare uno steamboatman. Ma la guerra civile tronca i traffici delle navi a vapore e porta Clemens in California, dove lavora come giornalista. Parte poi per un lungo viaggio in Francia e Italia, dove registra le sue esperienze in un libro dal titolo "Gli innocenti all'estero" (1869), in cui ironizza sui pregiudizi e i costumi degli americani e degli europei.

Il successo come scrittore gli dà la sicurezza economica e la possibilità di sposare Olivia Langdon (Livy). Negli anni a seguire scriverà le storie di avventure giovanili che gli assicureranno la fama mondiale: Tom Sawyer (1876), Il Principe e il Povero (1881), Huckleberry Finn (1884).
Sensibile al suono delle parole, con questi romanzi Twain introdurrà la lingua parlata nella letteratura americana.


Fonti:
Articolo su The Critic - giugno 1904
Articolo su The New York Times - aprile 1904
Raccolta di lettere e autobiografia di Mark Twain

Nella foto la Villa di Quarto con uno scorcio del parco