La funzione della radio nella formazione del linguaggio moderno

Scritto da Gabriele Parenti |    Luglio 2012    |    Pag.

Giornalista professionista e regista radiotelevisivo, Gabriele Parenti ha realizzato vari programmi per le reti nazionali della Rai (Intercity-cultura, Learning, Speranze d'Italia) e per Rai International. Autore di documentari e di docu-fiction, attualmente coordina i programmi culturali della Sede Rai di Firenze. Ha svolto attività di ricerca presso l'Istituto di Filosofia del Diritto e di Studi storico-politici dell'Università di Pisa; tiene workshop e seminari nelle Università di Firenze, Pisa e Siena. Tra i suoi libri: Il pensiero dell'esilio (1986); La Sfida. Il pensiero e il coraggio di Robert Kennedy (1999); Il sogno e la memoria (2000); Il lato oscuro (2002); Sui crinali della storia (2005); Oltre l'immagine (2006).

È noto che la televisione ha dato un contributo decisivo all'unificazione linguistica della Penisola; ma anche la radio ha svolto un ruolo molto importante, perché è stata il primo mezzo di comunicazione di massa "orale", con due risultati di grande rilievo. Per la prima volta, nel 1924 è stato superato il "muro dell'analfabetismo" e l'informazione ha raggiunto l'intera popolazione italiana. Inoltre, si è aperta una riflessione sull'italiano parlato e, quindi, sulla pronuncia, che non aveva mai avuto forme di standardizzazione, perché la storia secolare della nostra lingua è stata quella di una lingua essenzialmente scritta.
L'esperienza della radio ha, dunque, consegnato soluzioni efficaci alla TV nel 1954, anche se quest'ultima ha inciso di più nella diffusione dell'italiano ("parlato pubblico"), perché ha avuto un maggiore impatto e ha raggiunto tutte le case degli italiani.
Bisogna, però, aggiungere che l'italiano trasmesso via radio ha una propria specificità comunicativa, legata a un mezzo in cui tutto è suono e parola, che valorizza al massimo le potenzialità di una lingua e allo stesso tempo ne riflette i fenomeni più comuni e diffusi.


Sulla base di queste considerazioni
l'Accademia della Crusca ha dato vita dal 1995 al progetto "Lir" (Lessico dell'italiano radiofonico) che offre uno strumento di analisi di questa specifica varietà dell'italiano, il "trasmesso", una nuova tipologia da affiancare a quelle "classiche" di oralità e scrittura. Il progetto realizzato da ricercatori con competenze diverse (linguisti, statistici, informatici) è stato coordinato da Nicoletta Maraschio e Stefania Stefanelli; tra breve sarà disponibile una versione on line del Lir che oggi è consultabile presso l'Accademia e che riunisce 144 ore di registrazioni radiofoniche della Rai e di altre emittenti nazionali come Radio DJ, Rete 105, RTL 102.5, Italia Radio, Radio Radicale, Radio Vaticana.
Il trattamento informatico permette la ricerca full text nelle trascrizioni. Da ogni parola trovata è possibile risalire al contesto in cui è stata usata, non solo nella trascrizione, ma, grazie a un fedele allineamento fra trascrizione e file audio, nel preciso contesto audio autentico in cui è stata realizzata. Con riferimento a questa ricerca, abbiamo chiesto a Nicoletta Maraschio (nella foto in fondo), presidente dell'Accademia della Crusca, quali valutazioni si possono trarre sul linguaggio dei media
«La lingua dei mass media è oggi molto variegata e stratificata. E lo è anche perché sono aumentati i "parlanti comuni" coinvolti nei programmi televisivi e radiofonici. Questo ha comportato l'adozione di registri diversi anche nella lingua dei professionisti dei media. L'italiano dei media assorbe come normali alcuni tratti del parlato e alcune semplificazioni: indicativo per congiuntivo, presente per futuro, a me mi ecc.».

L'avvento delle "radio libere" ha cambiato il linguaggio dei media?
«Direi piuttosto che la cosiddetta liberalizzazione dell'etere ha permesso a "vari modi di esprimersi" di entrare in radio. Con la fine del monopolio Rai, radio e televisione hanno cambiato fortemente la loro natura: da fonti di diffusione di un italiano sostanzialmente omogeneo e tradizionale (in gran parte basato sulla scrittura e sulle sue regole) sono diventate specchi della lingua di tutti noi. Dalle molte emittenti distribuite su tutto il territorio nazionale era naturale che emergessero pronunce e forme regionali e una colloquialità e informalità prima sconosciute. Inoltre la concorrenza ha portato a un significativo cambiamento dei generi radio-televisivi pensati in genere con lo scopo di intrattenere quanto più possibile il pubblico. E questo avvicinamento alla realtà si attua anche grazie alla presenza sempre più massiccia di parlanti esterni (provenienti dalle più svariate parti d'Italia e dai più diversi strati sociali), che hanno portato in radio (e poi in tv) la loro lingua, seppure in qualche modo sorvegliata e condizionata dal mezzo».

E oggi come possiamo migliorare il linguaggio dei media?
«L'italiano dei media si migliora migliorando l'italiano di tutti noi, proprio perché esiste un forte condizionamento reciproco. Quindi occorre anzitutto fare in modo che se ne riconosca l'importanza come bene culturale nazionale e come carta d'identità individuale. La scuola, i mezzi di comunicazione di massa e un'istituzione come l'Accademia della Crusca possono fare molto in questa direzione. Sono un'ascoltatrice fedele di Radio3; è per me una grande consolazione notare quanto sia presente in questa radio, sia nei conduttori sia nel pubblico che telefona, un italiano che presuppone una buona competenza linguistica e la capacità di muoversi fluidamente, senza rigidità né pedanterie né salti eccessivi, all'interno della ricca gamma di possibilità espressive che la nostra lingua ci offre».

Ma cosa s'intende per italiano trasmesso?
«È uno specifico italiano, diffuso dai mezzi di comunicazione di massa, sia quelli audiovisivi sia quelli scritti, come i giornali. Con questa etichetta (coniata da Francesco Sabatini, presidente onorario della Crusca), si intende un italiano sospeso tra oralità e scrittura. I trasmessi orali sono quelli di radio, cinema e tv: alle loro spalle sta spesso (molto più spesso, se si va indietro nel tempo) un testo scritto, ma pensato per essere ascoltato da molti, e che quindi ha caratteristiche sia dello scritto che del parlato. Negli ultimi anni si è aggiunta la parte del "trasmesso scritto", vale a dire una lingua parlata che solo incidentalmente è scritta: si tratta della lingua usata in certi contesti web (blog, social network), nelle chat, in alcune mail e negli sms».

L'intervistata: Nicoletta Maraschio, presidente dell'Accademia della Crusca.