La storia di Fernando Nannetti e dei graffiti che ha lasciato nel manicomio

Scritto da Silvia Amodio |    Novembre 2012    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Commovente e fuori dal comune la storia del Nannetti; ma proprio per questa ragione, bisogna fare un passo indietro e provare a raccontarla per bene.

Molti hanno sentito parlare del manicomio di Volterra, nato nel 1884 e in piena attività fino alla chiusura, nel 1978, in seguito alla legge Basaglia, nota anche come la 180.

La quantità di pazienti che la struttura ha ospitato nel periodo di attività è impressionante, basti pensare che nell'anno di punta, il 1939, se ne contavano 4794. Persone che provenivano da tutta Italia, alcuni sì malati di mente, altri semplici figure socialmente "scomode": disabili, omosessuali, orfani, che non avevano altro posto dove stare. Una città dentro la città che, sotto la direzione di Luigi Scabia, durata fino agli anni '30, ha rappresentato anche un modello per l'epoca. I pazienti che erano in grado, lavoravano (ergoterapia) e venivano retribuiti con una moneta interna. È stato proprio anche grazie al loro contributo che è stata costruita questa immensa struttura.

 

Disegni e parole

Oreste Fernando Nannetti fa il suo ingresso al manicomio nel 1958, con l'accusa - pare - di oltraggio a pubblico ufficiale e per questo confinato nel reparto giudiziario. Nasce (sotto una cattiva stella) a Roma nel 1927 da Concetta Nannetti e da padre ignoto, a sette anni è accolto in un istituto di carità per poi passare ad uno per minorati psichici, poi ancora all'ospedale Forlanini di Roma a causa di una malattia alla colonna vertebrale. È nella sezione giudiziaria del reparto Ferri che il Nannetti inizia il suo capolavoro. Si firma NOF4, un acronimo del suo nome (Nannetti Oreste Fernando), dove il 4 probabilmente è riferito ai luoghi dove è stato rinchiuso, orfanotrofio, carcere, due manicomi.

Utilizzando la fibbia in dotazione alla "divisa da matto", incide instancabilmente sul muro del suo reparto, per tutto il periodo che è ospitato, in tutte le ore d'aria che gli sono concesse, un lunghissimo graffito composto da segni, parole e disegni. Chiuso in un totale mutismo, esprime così il suo mondo interiore.

Personaggio chiave di questa storia è l'infermiere Aldo Trafeli, forse l'unico che riesce ad accedere ai suoi pensieri. Il Nannetti gli "traduce" la sua opera e, grazie a questo, a tratti si svelano frasi affatto banali: "come una farfalla libera canta tutto il mondo è mio... e tutto fa sognare. L'elemento umano si allunga e si accorcia. Grafico metrico e mobile della mortalità ospedaliera: 10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse, 40% per malattie varie trasmesse o provocate, 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi".

Il Nannetti segue un metodo preciso: prima "disegna" sul muro il contorno di una pagina, poi lo riempie armato di fibbia e di pazienza. Non viene distratto da nulla neanche dai tre alienati che occupano sempre la stessa panchina e che il Nannetti "scontorna", lasciando sul muro le sagome vuote a testimonianza di queste presenze. Non riceverà mai visite di parenti o amici, nonostante negli anni scriva molte cartoline. Stuzzicato su argomenti piccanti, rispondeva che il suo unico interesse era la scienza. In effetti, il muro è pieno di riferimenti alla tecnologia, quelli più particolari sono i disegni di missili, pianeti e astronauti realizzati prima che l'uomo andasse sulla luna! Quasi un presagio...

 


Graffio e parola

Ora questa struttura è stata venduta e sarà presto riconvertita, Andrea Trafeli (figlio dell'infermiere Aldo) e Claudio Grandoli, tra i fondatori della Onlus Incursione Graffio e Parola stanno cercando di proteggere questa preziosa opera. Riconosciuta a livello internazionale come un esempio unico di Art Brut, quel concetto, coniato da Jean Dubuffet che indica pitture primitive, graffiti e disegni realizzati da bambini o persone con problemi psichiatrici. «La nostra preoccupazione - ci spiega Grandoli - è quella di tramandare la memoria storica del manicomio di Volterra, uno tra i più importanti in Italia, e allo stesso tempo far comprendere sul nostro territorio l'importanza di questa opera, tanto conosciuta e apprezzata all'estero quanto sottovalutata da noi».

L'intenzione ora è quella di staccare il graffito e conservarlo in un luogo ancora da definire. «Un'operazione molto delicata», sottolinea Fabrizio Bandini, direttore tecnico della sezione affreschi e pitture murali dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Bandini, per conto del prestigioso istituto ha offerto una consulenza scientifica per valutare lo stato di conservazione del graffito; come ci illustra lui stesso, «la situazione purtroppo è piuttosto grave, a causa del degrado e dell'incuria a cui nel tempo è stata abbandonata l'intera struttura».

Speriamo che i lavori di distacco vadano a buon fine per mettere al sicuro quest'opera perché tutti possano ammirare l'estro inconsapevole del Nannetti, in arte NOF4.

 

Robe da matti

Il Museo di Lombroso, all'interno dell'area ospedaliera di Volterra, custode di memorie e ricordi, è visitabile su richiesta: USL 5, tel. 0588 91911

 

Fotografie di Silvia Amodio

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